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Globalizzazione e gerarchia |

La questione che qui si
intende brevemente esibire è se e in che termini sia possibile parlare di
«gerarchia» all’interno di quel mobile, indefinito, spesso confuso fenomeno
comunemente denominato globalizzazione. In un mondo che viene spesso descritto
su premesse sistemiche, idonee a mostrarne la complessa struttura orizzontale,
non è agevole scorgere ciò che di verticale, pur nelle trasformazioni del senso
dell’ordine, permane saldamente. La complessità, infatti, viene presentata quale
dinamica «eterarchia» tra diverse, interscambiabili, entità poste in
comunicazione, connessione, talvolta in conflitto, ma in ogni caso relative
le une alle altre in una sorta di ramificata complicità.
Per tentare di
intravedere un ordine che possa essere annoverato quale «gerarchia»,
mancherebbero i riferimenti necessari. Il potere, si suole ancora dire, è
«diffuso»; o non ha luogo[1].
Come molti autori hanno mostrato, infatti, la tecnologia sembrerebbe aver
trasformato ogni componente del mondo in un frammento di funzione operativa;
tutto ciò che accade, pur nella differenziazione delle possibilità e delle
potenze, non fa altro che alimentare la funzione stessa, il suo proprio
procedimento, e ogni rottura del procedimento costituisce a sua volta solo il
contrappunto di un ritmo più ampio ed irreversibile.
In senso
epistemologico, infatti, come è stato più volte rilevato, la mondializzazione o
globalizzazione, significa l’impossibilità di poter guadagnare un punto di vista
esterno al mondo[2],
di poter assumere il mondo come objectum, e dunque anche di riuscire a
muovere reali obiezioni, giacché la sua azione di farsi mondo, di
conglobare, è più veloce, costante e pervasiva di qualsiasi atto volto a
coglierlo come una cosa osservabile. La percezione del mondo è così un’autopercezione
di soggetti o frammenti di soggettività inglobati nella sua accelerazione, e
questo rinvio produce l’incertezza di ogni visione, di ogni
Weltauschaung[3].
Anche allorché
si è iniziato a parlare di «Impero» con tutto ciò che teoreticamente ne deriva,
come lo stesso Negri ha avuto modo di osservare, ci troviamo in ogni caso “di
fronte a un uso improprio, inadeguato, talora francamente inconsistente, quasi
sempre nuovo e altrimenti inefficace, del concetto di gerarchia”[4].
E’ proprio la difficoltà di
cogliere tale concetto a produrre un primo livello di problemi.
«Gerarchia»,
infatti, indicherebbe una stratificazione stabile del potere, capace di
garantire decisioni che, a partire da un vertice, producano effetti,
ordinatamente, sino al livello esecutivo; e, al contempo, indicherebbe un
metodo tale per cui il potere, in questo viaggio, non venga disperso
decadendo a puro suggerimento o tentativo di persuasione, ma conservi intatto il
suo potenziale di efficacia[5].
1. Impero, stato e gerarchia
La prima questione è: vi
sono termini di riferimento sicuri all’interno di ciò che viene definita «globalizzazione»
rispetto ai quali poter prefigurare una gerarchia?
Il termine
«globale», come è stato messo in rilievo, riferisce una serie di fenomeni più o
meno leggibili: globale indica azione a distanza, compressione
spazio-temporale, accelerazione dell’interdipendenza,
contrazione del mondo ed erosione dei suoi confini (che dunque si
appressano a divenire i limiti di un movimento infinito), intensificazione
delle interconnessioni regionali,
velocità dell’impatto tra eventi lontanissimi[6].
In ogni caso
però, come è stato più volte osservato, tale interdipendenza forma un
criterio di selezione, che a prescindere se lo si intenda in modo sistemico,
cognitivo o puramente economico, si pone come «condizione dello sviluppo». La
circolazione della ricchezza, infatti, sembrerebbe passare per determinati nodi
di comunicazione, che selettivamente determinati in base ad una serie di fattori
che economisti e analisti del mercato si sforzano continuamente di riconoscere.
Tali fattori o requisiti, sono stati spesso valutati però, come ha sostenuto
Stiglitz, in modo eccessivamente analitico senza alcuna idea prospettica dello
sviluppo macroeconomico e meno che mai politico[9].
Nel 1995 ad
esempio, Krugman, aveva sostenuto la seguente tesi: “trovate un paese che abbia
liberalizzato il commercio, privatizzato le imprese di stato, riequilibrato il
bilancio pubblico ed ecco che sarà premiato dal Washington Consensus con
un flusso di investimenti esteri tale da assicurare il decollo, lo sviluppo e
l’integrazione nella comunità dei paesi industriali avanzati”[10].
Questo paese, intorno ai primi anni novanta, fu identificato nel Messico.
Tuttavia, come è noto, il massiccio flusso di investimenti stranieri portò a
una decrescita del PIL e ad attacchi speculativi alla moneta che condussero il
Messico alla seconda crisi debitoria dopo quella del 1982[11].
In altre parole, l’«azione a distanza» che aveva prodotto l’incentivazione
dell’investimento nel Messico, ha poi prodotto al contempo lo svuotamento dello
sviluppo economico reale, giacché i capitali hanno solo attraversato la
realtà economica messicana, senza radicarsi in essa[12].
La velocità con
la quale il capitale transita unita alla sensibilità dei criteri con i quali
esso assume direzione di marcia, è difficilmente intercettabile dagli organismi
internazionali preposti, quali a esempio l’IMF: questi, in particolare, oltre a
funzionare quale cartello delle banche creditizie e dei paesi creditori con le
controverse conseguenze del sistema dei prestiti internazionali[13],
si limita solitamente a intervenire una volta che il danno economico è stato già
prodotto[14]
e per lo più per evitare il diffondersi del «contagio»[15],
a volte finendo addirittura per aggravare la situazione come nel caso
dell’intervento nel Sud-Est asiatico degli anni 1997-1998[16].
La politica del trikle down in ordine alla quale l’espansione economica,
goccia per goccia, dovrebbe trasmettere i propri vantaggi anche alle fasce
povere della popolazione, come afferma Stiglitz, si è rivelata una pura credenza
o un articolo di fede: la velocità del flusso è infatti tale da non lasciar
piovere nulla sui campi aridi che esso si trova a sorvolare[17].
Come affermò ad
esempio Susan Strange, l’accelerazione del cambiamento tecnologico a prodotto un
mutamento irreversibile del rapporto tra stato e mercato e dunque sulla capacità
del primo di porre un controllo, o una comunicazione reale con il secondo[25].
Il fatto empiricamente rilevabile è che come ha sottolineato Gallino “nessuno
stato è in grado di controllare gli scambi di moneta elettronica che ammontano
quotidianamente a 6-7 volte le riserve di tutte le banche centrali dei 7 paesi
industrializzati del mondo (…). Inoltre nessuno Stato ha più il potere di
intervenire con reale efficacia nel promuovere o ostacolare molti tipi di
importazione o esportazione…”[26].
Vi sarebbe dunque una difficile congruenza tra Stato-persona e Stato-apparato,
tale per cui l’uno, non coincidendo sull’altro, è destinato ad impattare nella
rete globale degli avvenimenti per poi incidere solo mediatamente sul secondo; e
ciò lungo una modalità non più chiaramente tripartita dei poteri legislativi,
esecutivi, giudiziari. Per molti autori, insomma, oramai da alcuni anni si sta
assistendo ad una scissione tra governo in senso politico e governo in senso
amministrativo, tra Government e Governance, così come tra
Politics e Policy[27]:
tra i governanti e i governati, vi sarebbe di mezzo infatti uno slargamento
operativo che, ricomprendendo eventi, vicini e lontani, decisivi, completa,
devia o compatta in modo difficilmente controllabile la decisione politica
stessa[28].
Detto diversamente, essendovi uno «stato di eccezione» permanente, il sovrano è
chiamato a decidere sempre ciò che in verità è già parzialmente deciso
dalla catena delle eccezioni stesse.
Lo Stato è
diventato così un’arena di policy-making frammentata, entro cui le
decisioni (top-down/bottom-up) richiederebbero azioni multilaterali coordinate:
infatti, la decisione su una policy di un paese influisce sulla policy
degli altri in campi come costo del denaro, disboscamento, coltivazione, sanità
etc. Vi sono cioè, come hanno rilevato tra gli altri Held e McGrew, destini
comuni che richiederebbero difficili soluzioni collettive, decisioni che
superano di molto i confini e i limiti dello Stato[29].
Parallelamente,
affiora un’altra difficoltà, giacché come ricorda Rodrik, “la globalizzazione
aumenta la domanda di protezione sociale, mentre contemporaneamente restringe la
capacità dei governi di rispondere efficacemente a questa domanda”[30]
producendo una atmosfera di precarietà politica costante di cui l’alternanza
elettorale dei sistemi maggioritari sarebbe solo uno dei sintomi visibili. Come
ha sostenuto Marramao nel suo intervento apparso sul precedente numero della
rivista, si produrrebbe così un «cortocircuito», giacché i singoli Stati sovrani
risulterebbero al contempo “troppo piccoli per far fronte alle sfide del mercato
globale e troppo grandi per controllare la proliferazione delle tematiche, delle
rivendicazioni e dei conflitti indotti dai vari localismi”[31].
La crisi del
Welfare degli Stati europei[32],
sarebbe in questo senso prodotta, secondo autori come Morley-Fletcher, dal fatto
che gli individui stessi, domandando una protezione attiva che gli Stati non
riescono più ad accordare, siano progressivamente costretti a trasformarsi da
cittadini in imprenditori[33],
costretti ad assecondare e perfino a sfruttare il livello di precarietà come
mobilità virtuosa[34].
La difficoltà di
individuare nello Stato un centro o un modello di potere, risiederebbe anche nel
rilievo socioculturale per cui, come afferma Miller, per avere un campo
simbolicamente definito come Stato, è necessario non solo la condivisione
esclusiva di un linguaggio, ma anche di pregiudizi e progetti, è
necessario cioè che vi sia una «comunità di destino»[35];
e il destino invece sembra essersi ampliato direttamente in storia, nella
«storia senza storia» quale è quella di una perpetua attualità.
In realtà, dunque, non
sarebbe solo e tanto lo Stato ad essere in crisi, quanto i confini ideali di
esso: non solo i limiti territoriali in virtù della c.d. deterritorializzazione
degli spazi, ma i limiti ideologici dello Stato come individuazione di un potere
e di un sistema.
Tuttavia, per
altri autori come Drucker e Drezner, lo Stato-Nazione è tutt’altro che
indebolito: anzi, lo stato nazione ha resistito alla globalizzazione mediante
il rafforzato controllo sulle politiche interne[36].
In senso non
lontano, Zolo, citando il lavoro di Thomas Mathiesen, sostiene che stiamo
passando dallo Stato “panottico” allo stato “sinottico”, ad uno stato cioè
capace di sviluppare un controllo simultaneo ed accurato dei cittadini
specialmente in virtù delle nuove tecnologie a disposizione (come le banche dati
elettroniche), predisponendosi al passaggio da Stato Sociale a Stato Penale[37].
In sostanza, gli Stati, afferma Zolo, pur trasformandosi “sono lontani
dall’estinzione. Alcuni di essi, anzi, si stanno rafforzando”[38].
Nell’articolo apparso il mese scorso su questa rivista, Zolo ha in particolare
ribadito alcune perplessità sul concetto di Impero prospettato da Negri,
affermando che vi sarebbe un chiaro centro di questo Impero, un palazzo
imperiale ben definito: gli Stati Uniti d’America, una sorta di Stato degli
Stati, che agirebbe in una graduale aggressiva e antigiuridica espansione della
sua politica, sottraendosi ad esempio “sia al divieto dell'uso 'privato' della
forza (jus ad bellum) stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite, sia alle norme
del diritto bellico (jus in bello), sviluppate dall'ordinamento internazionale
moderno”[39].
Chiesa, su
analoga linea, sostiene anzi che “la retorica sulla fine della sovranità,
esaltata come un esito altamente auspicabile” abbia di fatto nascosto “il fatto
decisivo che non tutti stavano perdendo le stesse percentuali di sovranità: gli
Stati Uniti non solo non hanno rinunciato alla loro sovranità nazionale, ma
hanno imposto gradualmente la propria sovranità sulle aree di rinuncia alla
sovranità da parte di altri partner”[40].
Altre analisi,
puntualizzano che nonostante lo Stato-Nazione sia in crisi e stia perdendo
definitivamente la sua forma privilegiata, la sua sovranità, esso non sia un
modello facilmente superabile, né in via di estinzione e che in ogni caso,
tenterà di resistere in ogni modo al processo di disgregazione[41].
Zolo vede
nell’idea avanzata da Negri dell’estinzione dello Stato di Diritto la
riproposizione implicita della trasmutata dottrina marxiana della fine dello
stato, nel senso che “l’Impero è l’involucro istituzionale entro il quale gli
Stati e i loro ordinamenti giuridici si dissolveranno, si addormenteranno
(otmiranie) diceva Lenin”[42].
Tuttavia, come
tenteremo di mostrare più oltre, è innegabile l’insorgenza di una potente
autorità non-statale, di soggetti politici diversi, di istituzioni e nodi di
potere che hanno nei confronti della forma-stato un percorso dialogico,
dialettico o di assoluta lateralità[43].
Sotto questo
profilo Negri, sempre all’interno del dibattito con Zolo, legittimamente
domanda: “che cosa significa più capacità potestativa dello Stato davanti alla
lex mercatoria e cioè a quella sostanziale modificazione del diritto
internazionale privato che vede non certo gli Stati-Nazione, ma le law firms
farsi legislatori?”[44]
Lo stesso Zolo,
nel suo ultimo testo, ricorda che le law firms siano in grado di plasmare
la lex mercatoria specie con l’aiuto di alcune categorie di Lawyers (litigators
e specialisti di lobbying) di manipolare il destino stesso dello
Stato di Diritto, al punto che, citando le analisi di Maria Rosaria Ferrarese,
risulterebbe oramai del tutto sfuocata “l’immagine del diritto moderno come un
ordinamento coercitivo, garantito dal monopolio della forza esercitato dallo
Stato in un determinato territorio”[45].
Vi è dunque
forse un punto che può, se non accomunare, permettere una riflessione. Anche per
Negri gli Stati Uniti hanno una innegabile influenza sui processi di
gerarchizzazione dell’impero[46]:
tuttavia, l’egemonia non è l’impero né l’impero equivale ad imperialismo[47],
nel senso che non è possibile individuare con certezza nell’amministrazione di
una nazione, il nucleo di qualcosa che oramai si è definitivamente diffuso.
Molti soggetti politici operativi, cui faremo cenno nei prossimi paragrafi, non
sono di tipo statale né hanno direttamente a che fare con le amministrazioni
statali. Il capitalismo cognitivo di cui parlano Negri e Hardt, accomuna ad
esempio il Sud-Africa e il Giappone, la Francia e l’Australia il Canada e la
Cina molto più strettamente di quello che si possa pensare, e ciò per via di
realtà che, più che essere internazionali o transnazionali, si vanno attagliando
sempre più
senza preciso territorio né definita sovranità[48].
E’ dunque plausibile pensare ad un
doppio livello di analisi. Anche volendo identificare gli Stati Uniti quale
epicentro del sisma globale, suggeritore palese e occulto delle politiche
liberali che, mediante organismi quali l’IMF e la WB o accordi permanenti come
il WTO, avrebbero destabilizzato intere aree economiche, assoggettando con il
meccanismo del credito nuove colonie[49],
si potrebbe però anche sostenere che essi abbiano avviato un processo
irreversibile o quantomeno incontrollato[50]
nel quale anche la resistente «forma della sovranità» di tipo nazionale sia
destinata a venire travolta.
E’ l’ipotesi autorevole di
Wallerstein, il quale, nel suo After Liberalism, scriveva che il periodo
compreso dalla fine degli anni novanta al 2025 sarebbe stato caratterizzato dal
declino (fisiologico secondo i cicli di Kontradieff) della potenza egemonica
degli Stati Uniti; declino non indolore ma gettato nella turbolenza di una
guerra di nuovo tipo[51].
L’era della globalizzazione, infatti, inizia con 1989, momento in cui, secondo
Wallerstein, viene segnata «la fine del liberalismo». Con il crollo del muro di
Berlino, infatti, afferma Wallerstein, liberalismo di destra e di sinistra sono
caduti l’uno sull’altro come i due destini sconfitti, che, appartenenti al
medesimo ceppo storico-politico, si erano sdoppiati se non triplicati[52]
in virtù di una lotta di potere interna ad una identica logica condivisa:
quella, nata a partire dal 1848, di rafforzare la struttura dello stato
individuando così un campo di potere e di contesa politica[53].
Dunque, anche l’idea di Stato liberale è in coma irreversibile, con conseguenze
turbolenti nell’ordine di equilibrio mondiale[54];
come Wallerstein aveva preconizzato dieci anni prima, si entrerà, infatti, a
partire dall’anno 2000 in un periodo “di poca pace, poca stabilità e poca
legittimazione”[55].
Per Negri, si può dire in questo
senso che “siamo solo all’inizio di una “guerra di trent’anni”, non di meno ci
ha messo lo Stato moderno per formalizzare la sua nascita[56]”,
una vera e propria “guerra di transizione”[57]
oltre i quali sarà configurato un nuovo ordine mondiale le cui polarità nuove,
embrionali, sono la moltitudine e l’impero.
Anche per Chomski, la fine dello
Stato-Nazione di stampo liberale è in ogni caso auspicabile nella misura in cui,
promuovendo esso una struttura artificialmente sovrapposta al movimento reale
associativo degli uomini, ha costituito sin dalla sua nascita una difficoltà
storica, una incoerenza fatta istituzione, una contraddizione con l’implicita
pretesa di voler durare[58]:
l’istituzione e la perpetrazione degli Stati moderni ha prodotto una storia
sanguinosa di guerre che si è arrestata nel 1945 “solo perché il conflitto
successivo avrebbe condotto alla autodistruzione totale”[59].
Da lì in poi, sono nate guerre indirette, attuate sempre di più per interposta
persona, sia per eludere il sistema dello scontro frontale tra potenze, sia per
evitare il dissenso interno contro la guerra che specialmente dalla guerra del
Vietnam in poi era divenuto un fenomeno non più trascurabile nella strategia del
consenso[60].
Il concetto di guerra indiretta, di cui Chomsky parlò ad esempio in una
conferenza del 1989, aveva permesso, parallelamente, nella oramai
non-ufficialità delle operazioni internazionali, lo sviluppo decisivo dei
diritti umani: indirettamente si combattevano guerre clandestine o poco
trasparenti, con segrete operazioni di intelligence e finanziamento alle reti
terroristiche mondiali, ma direttamente si promuoveva il sostegno ai diritti
umani, di fatto avviando il diritto internazionale stesso ad una schizofrenia di
terrore illegittimo e di palliativi legali[61].
Molti sono gli autori che hanno
intravisto nella guerra permanente al contempo l’articolazione sofferta di
questo nuovo sviluppo e il tentativo di controllo conservativo da parte delle
potenze egemoniche in declino[62].
Per Negri vi è certamente una “guerra imperiale ordinativa”, una sorta di
violenza organizzata, mediante cui si attua un vero e proprio nuovo metodo di
controllo, repressione e direzione dei processi vitali ed economici, cioè come
“tecnologia del potere”[63].
Sotto questo aspetto, dunque, come afferma Negri, Impero e Diritto
internazionale si negano a vicenda[64].
Ma quale sovranità va dunque
configurandosi in modo convulso? La risposta, difficile non può che essere vaga
o simbolica, tradita dal doppio compito di dover indicare e profetizzare allo
stesso tempo. Se Negri parla di un modello bizantino di impero basato sulla
trascendenza del potere, di cui l’unilateralismo americano costituirebbe una
rappresentazione[65],
Minc aveva parlato circa dieci anni fa di «Nuovo Medioevo», di un’era cioè
fondata sulla perdita di sicurezza degli individui, caratterizzata dallo
squilibrio dei poteri tradizionali e dal conseguente sviluppo di «zone grigie»
prive di autorità legittimamente riconosciuta, sul modello di gang o strutture
feudatarie, nate da piccole guerre civili, violenze, atti di terrorismo, e
dotate di quella agilità necessaria a svolgere le funzioni del mercato (sviluppo
del mercato e crescita di zone grigie sono anzi direttamente proporzionali)[66].
Anche Zolo, nel suo ultimo libro,
rifacendosi anche alle analisi di Guido Rossi[67],
sostiene che il ritirarsi progressivo del diritto pubblico internazionale sulla
spinta del crescente diritto privato, “ricorda da vicino l’Europa medievale, con
l’aggravante che oggi non si scorge traccia né di uno jus commune
né di uno jus gentium, in grado di regolare giuridicamente
l’economia mondiale”[68].
In questo clima di precarietà e di
incertezza, come da alcuni avvertito, si assiste alla manipolazione e alla
selezione di strumenti giuridici del vecchio apparato per meglio controllare il
nuovo: sotto le surrettizie parole “consenso”, “rappresentanza”, “investitura
popolare”, in altre parole, sotto il concetto stesso di “legittimazione”, si
insinua l’elemento reazionario a quel mutamento del mutamento che Negri e Hardt
radicano ad esempio nella coppia oppositiva impero/moltitudine.
E’ proprio il parziale
disconoscimento di alcune strumentazioni giuridiche del vecchio Stato di
Diritto, giudicate inefficaci, inopportune perfino lente rispetto al veloce
evolversi delle informazioni produttive, e al contempo la parziale esaltazione
di alcuni principi o valori normativi a costituire un nuovo territorio di
politica sul diritto. La domanda non è se applicare il diritto o meno, ma
quanto applicarlo, o meglio che cosa di esso possa essere selettivamente
applicato per stabilizzare con maggiore efficacia il processo di controllo
gerarchico sulle risorse[69].
Anche la scelta su quale legislazione applicare tra contraenti
internazionali nello sviluppo della lex mercatoria, muove ad esempio in
questa direzione[70].
E’ noto infatti ad esempio che perfino alcune Convenzioni Internazionali nate
dallo sforzo di uniformazione giuridica come la Convention in Interntional
Sale of Goods, non essendo state sottoscritte da alcuni paesi chiave come il
Regno Unito, risultano facilmente disapplicabili[71]
e che, in generale, i contraenti possano scegliere di applicare la legge più
conveniente e garantista per i loro specifici, interessi privati[72].
L’«elusione» sembra essere diventata metodo e l’«off-shore» una metanorma di
chiusura del sistema, che organizzazioni come l’OCSE non riescono a fronteggiare
né a convertire[73].
L’asse che dalla legislazione,
passando per la legittimazione radicava nel «consenso», sembra deviare, come ha
rilevato ancora Negri, verso l’idea stessa di «consumo»[74].
Parallelamente, diritto internazionale pubblico e privato, che trovano momenti
di continua sovrapposizione e confusione, rischiano di svelare ciò che sembra
essere divenuto il tratto ultimo del diritto stesso, già a partire dalle
teorizzazioni di Luhmann: una trasformazione di aspettative cognitive in
aspettative normative attuate dal e unicamente per lo stabile
funzionamento del sistema.
Si può così ravvisare uno stato di
«anomia», ad indicare non tanto l’assenza di leggi nella disciplina di alcune
materie, quanto la disarticolazione tra previsioni normative e crescita
delle funzioni sociali, tale per cui l’assetto regolativo sia destinato a
correre in modo più lento e talvolta più goffo, dietro al veloce sviluppo delle
funzioni economiche[75].
Ma il termine «anomia» non deve
ingannare, perché accanto alla disfunzione normativa, di cui la perpetuata
sopravvivenza di paradisi fiscali è solo uno dei possibili epifenomeni, vi è
l’insistito riferimento a norme, diritti, legislazioni i quali prefigurerebbero
in qualche modo un ordinamento democratico da cui e verso cui
l’instabilità sarebbe racchiusa. Esempio diffusamente riportato di quanto detto,
sarebbe costituito dai diritti umani, da un lato sanciti e sostenuti, dall’altro
resi inefficaci[76],
ad esempio dalla mancata istituzione di un tribunale internazionale gestito e
protetto, anche militarmente, come sostiene Habermas, dalle Nazioni Unite[77].
Ma dietro l’universalismo dei diritti umani e di altre garanzie tradotte in
senso normativo o quantomeno persuasivo, vi sarebbe forse, come alcuni autori
hanno ravvisato, anche il tentativo di perpetuare un controllo da parte
dell’impero sulle difformità etniche e culturali[78].
Dunque, lo scenario emergente
sembrerebbe questo: da una parte Stati-Nazione egemoni come ad esempio gli Stati
Uniti tenterebbe di conservare il proprio potere per via diffusiva più che
espansiva, mediante ad esempio lo strumento della «guerra ordinativa»;
dall’altra però il meccanismo di erosione della sovranità statale però si
andrebbe intensificando alimentando sempre più zone grigie o zone irrisolte dal
punto di vista della legittimazione e del controllo le quali vanno a costituire
un asse irregolare di potere non-statale, che per alcuni studiosi possiede
alcune analogie con il sistema medievale. Trasversalmente, la strumentazione
giuridica formatasi sul modello dello Stato di Diritto, viene “utilizzata”,
evasa o elusa, in ogni caso resa una variabile tra le altre variabili del
movimento di efficacia globale.
Ora però dovremmo chiederci, posto
che lo Stato-Nazione non costituisca più un modello definito o definitivo di
potere, a partire da quale gerarchia o verso quale nuova forma di gerarchia
muove il processo di globalizzazione? E quali sono i reali spazi di
interlocuzione in questo movimento?
Come scrive Negri, infatti, “è
inutile nutrire mitologie come quella liberale della mano invisibile, di una
provvidenza, cioè, che regola un mercato senza soggetto. Ci sono sempre mani,
mani attive, regole più o meno visibili, comunque efficaci e sempre
manipolatrici, che corrono nel mercato e ovunque nella società”[79].
Si può dunque non essere d’accordo
sulla identificazione di queste “mani”, non sul fatto che esse vi siano e siano,
per più di un verso, decisive. Questo, in ogni caso, tornando all’inizio della
questione, sembra il problema immediato della configurazione globale: si
descrive spesso il meccanismo ma non lo si imputa correttamente o non lo si sa
indicare con certezza.
Il lavoro oramai divenuto quasi
classico, di Susan Strange, The Retreat of the State. The Use of Power in the
World Economy, aveva compiuto lo sforzo di enucleare, a partire
dall’evidenza empirica, i soggetti politici che, in modo dialettico o collusivo,
governano (solo nel senso della governance?) il mondo: la criminalità
organizzata, le telecomunicazioni, le grandi società di
revisione contabile, le grandi imprese di
assicurazione, i cartelli, le multinazionali ed infine gli
econocrati delle organizzazioni internazionali[80].
Aldilà delle interessanti analisi
condotte ad esempio sulle società di revisione contabile e sul settore
assicurativo[81],
ciò che qui rileva è la trasformazione essenziale e diretta di queste componenti
in «soggetti politici»: il capo di una multinazionale, ad esempio, somiglia a un
principe moderno, “a uno stratega obbligato a negoziare le proprie azioni in un
mondo ostile”[82]
e le Tnc sono in generale da annoverarsi come attori politici capaci di agitare
il pendolo tra mercato e politica decidendone il ritmo a partire dalla realtà
locale fino a quella globale e, così, di ritorno[83].
Angel Russo prefigura in questo
senso un grande gioco, da lui denominato il «Terzo Scacchiere», la cui zona di
conflitto, centrale, è premuta dalle diverse forze geometricamente schierate,
tra potere economico legalizzato, potere economico illegale, potere etico,
potere politico istituzionalizzato in autorità. Si fronteggiano in questo fuoco
incrociato, sulla scacchiera: Ong corporazioni, giornalismo indipendente,
comunità intermedie, banche, corporazioni, industrie, IMF, Narcotraffico,
contrabbando, traffico di armi, governo, autorità religiose, catene
informatiche, sindacati etc.[84].
Il diritto istituito è solo una componente del gioco globale, non una sua
anticipazione. Anche le regole del diritto sono gettate dentro le pratiche di
gioco come riferimenti mobili nella strategia. Questo gioco —rileva
l’autore—non ha limiti temporali: “si gioca ininterrottamente. Benché i
giocatori entrino ed escano (o siano esclusi), cambino i loro volti e i loro
nomi, il gioco continua”[85].
Non vi sono solo soggetti politici
gerarchicamente e dinamicamente ordinati, ma vi è una «gerarchia di giochi»,
entro la quale la mossa di un gioco superiore finisce per deviare il movimento
del gioco inferiore e ciò sia internamente alle strutture non democratiche di
questi soggetti politici che esternamente, in virtù dei vari livelli di
incidenza nel mercato globale[88].
Susan Strange fa notare inoltre che
nessuna della autorità non statali menzionate possiede potere democratico al suo
interno[89].
Ed in ogni caso, come ha avuto modo di rilevare Cassese nel suo ultimo
intervento su questa rivista, nessuna delle istituzioni internazionali è nata
per investitura popolare.
La disuguaglianza è l’effetto
economico di questi livelli di gioco, entro cui, come abbiamo già rilevato
citando il pensiero di Stiglitz, istituzioni quali l’IMF o la WB rischiano per
lo più di acuire le differenze e diffondere il contagio con la manipolazione, ad
esempio, dei tassi di interesse. In senso ottimistico, alcuni invero come
Tietmayer ad esempio, tendono a difendere il lavoro svolto dall’IMF e dalla WB,
sostenendo che, in una articolazione stretta tra WTO e ILO (International
Labour Organization), tali organismi potrebbero agire per favorire, se non
imporre, la «trasparenza» delle istituzioni, delle condizioni del lavoro e dei
meccanismi del mercato negli Stati, subordinando i prestiti finanziari e
promozioni di investimento a rigorosi requisiti
E ciò perché il comune non è
l’uguale[95]
né l’identico[96].
Ciò che non è uguale già a partire dalle teorizzazioni politiche di Aristotele
è la virtù: in comune è solo la possibilità di essere virtuosi è la possibilità
di misurare la virtù stessa come merito[97].
Anche le diversità di cultura sembrerebbero voler resistere - come ha messo in
evidenza Zolo ricordando il caso della Dichiarazione di Bancock del 1993 - alla
uniformazione o universalizzazione dei diritti umani proposti, pur con intento
morale, dall’Occidente[98].
In radice, il problema consiste nel
fatto che, anche in termini logici, come Husserl spiega e come Carl Schmitt
sviluppa esplicitamente proprio a partire da Husserl[99],
“ogni eguaglianza è in relazione con una species, dalla quale dipendono i
confronti. E questa species non è d’altronde un mero eguale ne può
esserlo, giacché altrimenti sarebbe inevitabile il più insensato regressus in
infinitum […] Eguaglianza è il rapporto di termini che sottostanno ad una
stessa species. Se non è concesso di parlare dell’identità della
species, dell’aspetto in cui ha luogo l’eguaglianza, anche il discorso
sull’eguaglianza perde il suo fondamento”[100].
E nella globalizzazione mancherebbe
proprio questo: il riferimento ad una «species», da cui poter dedurre un valore
di uguaglianza; ogni specie è divenuta infatti genere, in un circuito di
generalizzazione sempre crescente.
Se è vero che il diritto (rectum),
come scrisse Kant, “è, come la linea retta, opposto da una parte al curvo, e
dall’altra parte all’obliquo”[101]
e che, dunque, come per un pluralità di linee o di punti v’è una sola risultante
(la perpendicolare), così “la dottrina del diritto deve voler determinare ad
ognuno il suo”[102],
resta sempre più difficile orientare la linea ed individuare, rispetto ad
ognuno, il suo. La linea si inscrive infatti in una rete disseminata,
entro cui circoscrivere (un diritto) o lasciar scorrere (verso l’anomia) diventa
un problema essenzialmente politico.
Vi è così, come hanno rilevato ad
esempio Negri e Hardt, una nuova configurazione della divisione di classe, tra
coloro che riescono a trarre vantaggio dall’economia globalizzata e quanti no;
tra chi è addestrato a cogliere il nodo fruttuoso della rete e chi vi può
soltanto restare impigliato, appeso o confusamente racchiuso[103].
In questo senso, la gerarchia sembra inscriversi, ancora, ad un triplice,
articolato livello:
1)
da un lato vi è una
gerarchia del mercato, retta dall’espansione dell’economia capitalista. Questa
sorgerebbe dalla cosiddetta «accumulazione originaria» del capitale. La teoria
di Marx come è noto, è che il denaro si trasforma in capitale, il capitale si fa
plusvalore, dal plusvalore si trae più capitale; “ma l’accumulazione del
capitale –scrive Marx – presuppone il plusvalore, e il plusvalore presuppone
la produzione capitalistica, e questa presuppone a sua volta la presenza di
masse di capitali e di forza-lavoro di una considerevole entità in mano ai
produttori di merci. Tutto questo movimento sembra dunque aggirarsi in un
circolo vizioso dal quale riusciamo ad uscire soltanto supponendo
un’accumulazione originaria (previous accumulation in Adam Smith)
precedente all’accumulazione capitalistica: un’accumulazione che non è il
risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistica”[104].
2)
dall’altro lato, però,
sussiste una gerarchia di saperi, di risorse cognitive, di know-how tecnologico.
Come hanno suggerito ancora Negri e Hardt, infatti, l’accumulazione originaria
del capitale si sarebbe trasformata in «accumulazione cognitiva»[105],
e lo sviluppo tecnologico avrebbe definitivamente mutato il rapporto tra tempo
lavorativo e valore[106].
3)
come terzo livello infine,
di radicale importanza, vi sarebbe una mutazione tale, in senso politico,
del rapporto spaziotemporale, per cui ad uno spazio che perde territorio vi
sarebbe un tempo che guadagna velocità e ritmo; per uno spazio che diviene senza
luoghi o «utopico» in senso stretto, vi sarebbe un tempo attrattivo e
concentrico, che unisce e distribuisce eventi lontanissimi al ritmo della
informazione. Ciò significherebbe che l’azione globale sarebbe costituita da una
tempospazialità e che disloca lo spazio in «tempo reale» (mercato), e
costituisce il tempo in evento virtuale (comunicazione). Ma ciò significa anche
che il controllo del tempo costituisce una forma di gerarchia primaria del mondo
globalizzato, perché attraverso di essa si attua la presa degli spazi, e
attraverso il sapere si dilata il divario tra accumulazione ed esaurimento delle
risorse.
A questa scansione corrisponde
forse una difficile articolazione tra «universale», «comune» e «globale»,
laddove il livello di comunanza sarebbe proprio racchiuso dal sapere diffuso, da
quello che Negri rileggendo la tradizione marxiana prefigura come «General
Intellect»: il «General Intellect», infatti, prefigura la cooperazione
sociale del lavoro immateriale, capace di produrre un contropotere effettivo
rispetto all’evoluzione dell’impero.
Anche un contropotere capace di
controbilanciare, se non ad invertire la tendenza alla divaricazione tra ricchi
e poveri del pianeta, dovrebbe essere articolarsi su questi molteplici livelli
dinamici:
sia come interposizione
giuridica tra stati (cooperazione, riforma di alcuni organismi
internazionali, istituzione di Tribunali Internazionali) volta a sanzionare
fenomeni di reazione, quali ad esempio quelli della guerra (in una oscillazione
tra impero e imperialismo), rispetto alla pretesa di una reale democratizzazione
dei processi;
che, come suggeriscono Negri e
Hardt, quale sfruttamento pratico del «General Intellect» da parte della
moltitudine militante;
infine come contromisura
rispetto alla misurazione insieme sistemica e volatile del tempo
sociale.
E’ evidente che, data la difficoltà
di leggere le nuove complesse linee di gerarchia, che curvano guizzano e si
volatizzano tra transazioni e inabissamenti off-shore, tale resistenza al potere
rischia, come ha avvertito Negri, “di girare a vuoto, o peggio, di essere
manipolata entro operazioni di circolazione sistemica che solo la ricomposizione
di un punto di vista globale di contropotere può interrompere”[107].
Il Diritto, in questo senso, che a
partire dal proprio potenziale etimologico indica una «Direzione», un «Criterio
di Orientamento» e persino una «Formula di Salvezza», deve poter tracciare una
linea tra l’accumulazione ed il contropotere, tra l’impero e la moltitudine,
tentando forse di attuare quella politica universale della differenza
auspicata da Marramao[108],
ma anche di prefigurare, e poi proteggere, una nuova costituzione politica del
mondo[109].
Pier Paolo Fiorini
Dottore di ricerca in Filosofia del diritto Università di Roma "La sapienza" e
Prof. European School of Economics
[1]
Cfr. M. HARDT, A. NEGRI, Impero, Rizzoli, Milano 2002, p.180s. e p.199ss.
[2]
Cfr. M. HARDT, A. NEGRI, Impero, , p.178s. Il fatto che non ci sia
più un «fuori» significa in termini di pensiero politico che non è più
possibile, secondo Negri, operare una distinzione tra natura e artificio, o
tra pubblico e privato; non vi è più la possibilità dialettica di
rapportarsi ad una esteriorità, giacché lo spazio imperiale è liscio, libero
da divisioni binarie.
[3]
Non è possibile in altre parole, come sottolinea ad esempio Nancy,
prospettare un «cosrmotheoros», un osservatore esterno al mondo, e ogni
esperienza che si fa del mondo è in realtà un’esperienza che il mondo fa di
se stesso. Cfr. J.-L. Nancy,
La creazione del mondo o la mondializzazione, Einaudi, Torino 2003, p.22ss.
e p.32ss.
[4]
A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, Raffaello Cortina
Editore, Milano 2003, 5.
[5]
Si può dire che un agente abbia potere se, nei termini di Waltz, quando
esercita una decisione sia capace di influenzare altri più di quanto non ne
venga a sua volta influenzato Cfr. Waltz, Teoria della Politica Internazionale, Il Mulino
1987.
[6]
Cfr. particolare il riuscito sforzo definitorio sul punto nei lavori di A.
Giddens, La terza via,
Il Saggiatore 2000; Rosenau, Turbulence
in World Politics, Princeton University Press 1990; J.A.
Scholte, Global Capitalism
and the State, in «International Affairs», 73, 3, 1997;
Albrow, The Global Age, Polity
Press, Cambridge 1996; A.a.V.v., (a cura di) H.
Holm, G.
Sorensen, Whose Wold Order,
Vestview Press, Boulder 1995.
[7]
Alcuni storici dell’economia (Gordon, Jones, Hirst) descrivono come la belle
epòque della globalizzazione il periodo tra il 1890 e lo scoppio della Prima
Guerra Mondiale, dove vigeva un’economia di scala mondiale che, con un
elevato volume di scambi commerciali, veniva sorretta dal protezionismo nei
commerci e da zone economiche tendenzialmente immunizzate dal rischio: cfr.
D. HELD, A. McGREW, The Great Globalisation Debate: An introduction,
Polity Press,Cambridge 2000, trad. it. Globalismo e Antiglobalismo,
Il Mulino, Bologna 2001, p.17 e p.65.
[8]
Alcuni autori,
infatti, rilevando in questi fenomeni, per lo più, l’incidenza del
collegamento tra entità lontane ma essenzialmente locali, si sono
sostanzialmente domandati: “che c’è di globale nella globalizzazione?”:
cfr. P.
HIRST, The global Economy, in «International Affairs», 1997, n.3; Cfr.
RUIGROK-TULDER, The Logic of International Restructuring, Routledge,
London 1995; Cfr. G.THOMPSON, Globalization towards Regionalism?,
Journal of North African Studies, 1998; cfr. L.WEISS, State Capacity:
Governing the economy in a Global Era, Polity Press, Cambridge 1998.
[9]
Le critiche, anche in questo caso, sono rivolte da Stiglitz alle politiche
dell’IMF e della WB: cfr. ad es. il caso emblematico dell’Etiopia: J.
STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori, Einaudi, Torino 2002, p.25.
[10]
P. KRUGMAN, Dutch Tulips and emerging Markets, in Foreign Affairs
1995.
[12]
F. BERGSTEN, Globalizing Fee Trade, in Foreign Affairs, 1996, n.3.
à
Solo una World Wide Reciprocity può incidere sul divario e rendere così
protetti gli stati da attacchi speculativi
[13]
Cfr. J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori, p.15ss.
Secondo Stiglitz la non mantenuta promessa della globalizzazione è
principalmente imputabile alle politiche di istituzioni, primo fra tutti l’IMF
e la World Bank, che in seguito alla fine della guerra fredda, tentarono di
ampliare il loro mandato originario estendendo il proprio raggio d’azione
con conseguenze che Stiglitz non esita a definire catastrofiche, dal momento
che “per molti questo ha significato povertà e per numerosi paesi caos
sociale e politico” come la Thailandia e l’Indonesia nel 1997, il Messico
nel 1994, il Marocco. “La delusione provocata dal sistema internazionale
della globalizzazione sotto l’egida dell’FMI diventa sempre più profonda,
ora che i poveri di Indonesia, Marocco o Papua Nuova Guinea si vedono
tagliare le sovvenzioni per l’acquisto di generi alimentari e carburante, i
cittadini della Thailandia assistono alla diffusione dell’Aids come
conseguenza dei tagli alla spesa sanitaria a cui l’FMI ha costretto il
paese, e molte famiglie di molti paesi in via di sviluppo, dovendo pagare
l’istruzione dei loro figli nel contesto dei cosiddetti programmi di
recupero dei costi, sono costretti alla scelta dolorosa di non mandare a
scuola le bambine” (J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori,
p.18).
[14]
Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? 280s.
[15]
Cfr. J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori, p.202ss.:
il contagio della depressione economica infatti dipenderebbe secondo Keynes
da una contrazione del mercato delle importazioni del paese in crisi, che
finisce irrimediabilmente per ripercuotersi sul sistema dei paesi limitrofi
generando una epidemia della crisi finanziaria. Tuttavia, Stiglitz ha
mostrato come l’intervento del FMI nel Sud-Est asiatico abbia di fatto
accelerato il contagio (cfr. p.105ss.)
[16]
Cfr. J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori, p.98ss. e
106ss.
[17]
Cfr. J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori., pp.77-78.
[18]
Questo dato, stando al puntuale riassunto operato da Held e McGrew, sarebbe
inconfutabilmente sostenuto sia da autori che vedono nella globalizzazione
una grande nuova realtà foriera di crescenti opportunità di liberazione, sia
da quelli, invece, più scettici: cfr. D. HELD, A. McGREW, The Great
Globalisation Debate , trad. it. cit. , 94ss.
[19]
Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.5.
[20]
N. WOODS, Order, Globalization and Inequality in world politics,
Oxford University Press, Oxford 1999.
[21]
cosicché, afferma E.B. KAPSTEIN, Workers and the World Economy, in
Foreign Affairs, n.3, 1996.
[22]
Z.BAUMANN, Dentro la globalizzazione, Laterza, Bari 1999, p.90.
[23]
Cfr. ROUSSEAU, L’Emilio, Laterza, Bari 1997, p.28 e p.96.
[24]
Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.148ss.
[25]
Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale?, Il Mulino, Bologna
1998 , 26ss.
[26]
L. GALLINO, Globalizzazione e Disuguaglianza, Laterza, Roma-Bari
2000, pp.31-32.
[27]
Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , 83ss.
[28]
In questo senso lo Stato non avrebbe sovranità effettiva, se per sovranità
perché mancherebbe il nesso tra la determinazione delle finalità (politics)
e il perseguimento delle finalità stesse nel dispiegamento delle risorse
necessarie per perseguirle (policy); sul punto cfr. anche M. L.
Salvadori, L’occasione
socialista nell’era della globalizzazione, Laterza, Bari 2001, p.42ss.
[29]
D. HELD, A. McGREW, The Great Globalisation Debate , trad. it. cit.
94.
[30]
D. Rodrik, Sense and
Non-sense, in the globalization Debate, in Global transformation
Readers, cit., pp.232-233. Cfr. anche P.
Hirst, G.
Thompson, Globalization in Question, Polity Press,
Cambridge 1999.
[31]
MARRAMAO, Esiste una sfera pubblica
globale?,
p.---.
[32]
Sull’idea di una crisi irreversibile del Welfare: cfr. P.
Bourdieu, Controfuochi 2:
per un nuovo movimento europeo, Manifesto Libri, Roma 2001.
[33]
Morley-Fletcher sostiene in
particolare che il Welfare State debba mutare radicalmente la sua
configurazione coinvolgendo i cittadini ad entrare direttamente nella
gestione della spesa pubblica attraverso, ad esempio, l’utilizzo dei
vouchers.
[34]
Cfr. anche
D. HELD, A. McGREW, The Great Globalisation Debate , trad. it. cit. ,
p.91.
[35]
D. MILLER, Justice and Inequality, in WOODS 1999.
[36]
P. DRUCKER, The global economy and the Nation-State, in Foreign
Affairs, n. 1, 1997. Cfr. sul punto anche D.DREZNER, Globalizers of the
World, Washington Quaterly, n.1, 1998
[37]
Cfr. D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, Laterza, Bari
2004 , p.80.
[38]
ZOLO, Dialogo su Impero, in A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e
Dintorni, 25.
[39]
ZOLO, Il riemergere della nozione di impero e l’influenza del pensiero di
Carl Schmitt, in SSF 3, p.30.
[40]
G. CHIESA, M. VILLARI, Superclan. Chi comanda l’economia mondiale?,
Feltrinelli, Milano 2003, 94.
[41]
Cfr. M. Horsman - A. Marshall,
After the Nation-State: Citizens, Tribalism and the New World Disorder,
Harper and Collins, London 1994, p.262ss.
[42]
ZOLO, Dialogo su Impero, in A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e
Dintorni, 33.
[43]
Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.139ss.
[44]
A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 20.
[45]
D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, p.90.
[46]
Cfr. soprattutto, più che Impero, alcune tesi contenute nelle
Cinque Lezioni.
[47]
Contro tale prospettiva di Negri, cfr. anche M.
Cacciari, Digressioni su
Impero e Tre Rome, in «Micromega»
5, 2001, p.43ss.
[48]
Cfr. M. HARDT, A. NEGRI, Impero, , p.212ss.
[49]
Cfr. G. CHIESA, M. VILLARI, Superclan, p.100ss.
[50]
Infatti come è noto, per alcuni autori tra i quali il già citato Paul Hirst,
la globalizzazione equivale ad un periodo di espansione del commercio e
degli scambi finanziari eccezionali (come era già accaduto analogamente tra
la fine dell’800 e l’inizio del 900), destinato però a finire in un nuovo
assetto di minore apertura.
Cfr. P.
Hirst, G.
Thompson, Globalization in Question, Polity Press,
Cambridge 1999.
[51]
Cfr. I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, Jaca Book, Milano , p.35ss.
[52]
Cfr. I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, p.79ss.
[53]
Cfr. I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, p.237ss.
[54]
Cfr. I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, p.245ss.
[55]
I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, p.50.
[56]
A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 18.
[57]
A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.155.
[58]
Cfr. N. CHOMSKI, Capire il Potere, Marco Tropea Editore, Milano 2002,
p.388-392.
[59]
N. CHOMSKI, Capire il Potere, p.388.
[60]
N. CHOMSKI, Capire il Potere, p.20ss.
[61]
Cfr. N. CHOMSKI, Capire il Potere, p.18ss. e 117ss.
[62]
Cfr. ad es. su questo ultimo punto G.
Chiesa, La guerra infinita, Feltrinelli, Milano 2002.
[63]
A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.148.
[64]
Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.33.
[65]
Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.154.
[66]
Cfr. A. MINC, Il Nuovo
Medioevo, Sperling & Kupfer, Milano 1994, p.67ss.
[67]
Ci si riferisce all’opera di G. Rossi,
Il conflitto epidemico, Adelphi, Milano 2003.
[68]
D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, 94.
[69]
Cfr. ad es. D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, p.88ss.
[70]
Cfr. sotto diversi profili F. GAMBINO, Le Teorie della Probabilità, tra
Diritto e Economica Globale, in SSF 3, §6; cfr. J. H.
DALHUISEN, On international,
commercial, financial and trade law, Hart Publishing, Oxford-Portland
2000, p.61ss. e 98ss.; cfr. R. AUGUST,
International Business Law.
Texte, Cases, Readings,
Prentice Hall, New York 2000.
[71]
Cfr. J. H. DALHUISEN, On
international, commercial, financial and trade law, p.251ss.
[72]
Cfr. Y. DEZALAY, I mercanti
del diritto: le multinazionali del
diritto e la ristrutturazione dell’ordine giuridico internazionale,
Giuffré, Milano 1997.
[73]
Come riporta Chiesa, anche sulla scorta di analisi e ricerche condotte
dall’Ocse, i più di 5.000 probabili miliardi di dollari non dichiarati da
persone fisiche e giuridiche radicate in paesi off-shore, hanno prodotto un
sensibile innalzamento sia della pressione fiscale sui salari che delle
tasse relative ai consumi: cfr. G. CHIESA, Superclan, p.57s.
[74]
Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.116.
[75]
Termine, già presente in Platone, dove è messo in stretta correlazione, non
a caso, con l’ “ amatìa”
con l’ignoranza, con l’assenza di sapere: ed è per lo più vista come
disobbedienza ingiustificata e dunque ingiusta (fuori dall’unità delle
virtù) alle leggi (cfr. PLATONE, Leggi, 689 b-c / 693e); il termine,
come è noto fu decisamente reintepretato e riproposto nella sua centralità
da Durkheim, che lo distingue dal concetto di “anarchia” così come
sviluppato da Comte: “Anomia” in Durkheim non ha un mero significato
negativo di disordine, come l’anarchia in Comte, ma indica piuttosto un
passaggio: il passaggio da una società a “solidarietà meccanica” ad una
società a “solidarietà organica”. Per società a “solidarietà meccanica”
Durkheim intenderà un tipo di organizzazione sociale caratteristico delle
culture pre-moderne, che comporta una scarsa estensione dei processi di
divisione del lavoro sociale, uniformità tra i diversi membri della società,
e un largo consenso automatico attorno alla cultura comune. In questa
società vi è una insufficiente articolazione di funzioni e di ruoli, e una
omogeneizzazione delle facoltà sociali le quali, appunto, stentano a
diversificasi e a trovare specificità autonoma. La società moderna sarebbe,
viceversa “società a solidarietà organica”, cioè una società che, al
contrario, tende alla progressiva divisione del lavoro, intesa non in senso
strettamente tecnico come frammentazione ordinale delle attività produttive.
Non vi è più il futuro della industrializzazione ottima verso cui tendere
(Comte), ma solo un presente socialmente complesso che si ripete ordinandosi
attraverso le sue funzioni: lo scarto tra il proliferare di queste e la
regolazione normativa costituisce proprio il significato di Anomia (cfr. E.
DURKHEIM, La divisione sociale del lavoro, Milano 1977, p.266ss. e
Il suicidio, Torino 1978). Un presente che, come lo definisce Gouldner,
“è un’isola fuori dal tempo” (cfr. GOULDNER, La crisi della sociologica,
Bologna 1983, p.178) e che contiene in sé un ritardo culturale che lo
scinde. Tale nozione, in senso social-strutturale è poi stata ripresa da
Merton (R. MERTON, Social Theory and social structure, Glencoe 1957;
tra.d it., Teoria e struttura sociale, Bologna 1966, spec. p.252ss.)
il quale pone l’accento sull’anomia come “attenuazione dei controlli sociali
(p.252): tale attenuazione sarebbe frutto, afferma Merton, di quella
“situazione in cui il calcolo degli interessi personali e il timore del
castigo rappresentano i soli centri regolativi” (p.252); ancora essa si
trova discussa da McIver, Riesman, Brookes, Dahrendorf, Gouldner, Orrù e,
nel campo specificatamente giuridico, da Menghi (cfr. C. MENGHI,
Interpretazione dell’Anomia. Intenzionalità e Diritto, Milano 1982).
[76]
Si veda ad esempio la questione della pena di morte in relazione ai diritti
sanciti dalle carte internazionali: dall’articolo 3 della Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo, al Safeguard Garanteeing Protection
of the Rights of those Facing the death Penalty emanato dal Consiglio
Economico e Sociale delle Nazioni Unite, all’art. 2 della Convenzione
Europea dei Diritti umani, adottata dal consiglio d’Europa; l’art. 6 del
Patto Internazionale sui diritti civili e politici adottato
dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al Progetto di Risoluzione
1997/12 contro la pena di morte adottato dalla Commissione Diritti Umani
delle Nazioni Unite; cfr. P. DE STEFANI, F. LEITA, La Tutela Giuridica
internazionale dei diritti umani, Cedam, Padova 1997; e cfr. i dati
forniti e commentati con puntualità sul sito di Amnesty Interntional.
[77]
E’ questo l’auspicio di Habermas, strenuo difensore, come è noto, della
universalità dei diritti umani e della necessità di renderli applicabili
fino alle conseguenze ultime della sanzione e dell’intervento armato: cfr.
ad es. Habermas,
Legittimazione in forza dei Diritti umani, in «Fenomenologia e Società»
20, 1997, p.7ss. Cfr. anche M. Gauchet,
I diritti umani come politica, in «Micromega» 5, 2001, p.125ss.
[78]
E’ quanto in parte sostenuto anche da D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa
dei Problemi, 106s.
[79]
A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 3.
[80]
Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? .
[81]
Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.181ss. e
p.199ss.
[82]
P. Drucker, The New
Realities, in Government and Politics, in Economy and Business, in Society
and in World View, Harper and Row, New York 1989, p.213 cit. e disc. in
S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.267s.
[83]
Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , pp.77-78.
[84]
Cfr. A. RUSSO, Il Terzo Scacchiere, Cedam, Padova 2003, p.103s.
[85]
A. RUSSO, Il Terzo Scacchiere, p.105.
[86]
Cfr. E. SAKAKIBARA, The
End of Progressism. A Research for
New Goals,
in Global
transformation Readers, Polity Press, Cambridge 2000, pp.74-76: ““dato
che la globalizzazione con le sue economie di scala porta alla
oligopolizzazione del mercato globale, favorendo il commercio strategico
piuttosto che il libero mercato”.
[87]
Cfr. R. D. KAPLAN, Was Democracy just a moment?, in Global
Transf., pp.206-207.
[88]
In questo scenario, giocare oggi il gioco socratico del dialégein,
come auspica Marramao, è molto arduo, come lo stesso Marramao è cosciente:
giacché “i destinatari e interlocutori di quel gioco non sono più i
cittadini di Atene, ma i nomadi e i migranti giunti a Cosmopolis dalle più
disparate regioni, lingue e tradizioni”. Eppure, sostiene tale autore, è
necessario provare a giocare, forse in modo trasversale o sperimentale, per
liberarci dal quella “insopportabile sensazione di trovarci in un vicolo
cieco o su una via già da sempre segnata” (MARRAMAO, Esiste una sfera
pubblica globale?, ---).
[89]
S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.283
[90]
Cfr. H. Tietmeyer, Economic
Globalisation and its implications for the concept of the State and its
Reality, and for international relations between States, in «Rivista di
Studi Politici Internazionali», 266, 2000, pp.227-238.
[91]
J. STIGLITZ, In un Mondo imperfetto, ---, p.14.
[92]
Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.271.
[93]
Amartia Sen, in questo senso, propone di attuare un vero e proprio
meccanismo ridistributivo per via di appositi organismi
internazionali di garanzia: cfr. A. SEN, Globalizzazione e Libertà,
Mondadori, Milano 2001; e cfr. G. SCATTONE, Liberalismo, liberismo e
globalizzazione, in ---.
[94]
Su questo punto, cfr. D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi,
p.105ss.
[95]
Dal punto di vista denotativo, inoltre l’Uguaglianza è termine ambiguo:
Schutz, sotto questo profilo, ricorda una serie di significati politici
riconnessi all’uguaglianza e alle sue possibili applicazioni:
uguaglianza in tutto (isotimia), uguale libertà di parola (isogoria),
uguaglianza di potere politico (isocrazia), uguale diritto al voto (isopsphia),
uguaglianza dei diritti civili (isopoliteia), uguaglianza di fortuna
e felicità (isodaimonia), appartenenza a un gruppo con uguale
partecipazione (isomiria): A. SCHUTZ, L’uguaglianza e la struttura
significativa del mondo sociale, in Saggi sociologici,
Utet, Torino 1980, p.420s.
[96]
Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.116.
[97]
In Aristotele, il senso del comune è espresso nel nesso tra l’hexis,
stile virtuoso tra giustizia e legalità, e, lungo un’uguaglianza
proporzionale di rapporti, la distribuzione della ricchezza, in senso lato e
profondo, giacché è ricompresa anche la felicità. in modo da realizzare la
mesòtes contro la pleonexìa. Distribuzione di parti disuguali per meriti
disuguali L’isotes è la mesòtes della giustizia. Il che fonda il nesso
necessario tra distribuzione e retribuzione. ARISTOTELE, Eth. , V, 3,
1131a, 12-13.
[98]
Cfr. D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, p.107.
[99]
C. SCHMITT, Verfassungslehre, p.234ss., trad. it., Dottrina della
Costituzione, Milano 1982, p.307ss.; e cfr. M. NICOLETTI,
Trascendenza e potere. La teologia politica di Carl Schmitt, Brescia
1990, p.340ss.
[100]
HUSSERL, Logische Untersuchungen, 2 voll., Halle 1911, vol. l, p.
112; tr.it. vol.I, pp.383-384 cit. e disc. in C. SCHMITT,
Verfassungslehre, p. 235, trad. it. pp. 308-309, mediante cui Schmitt
dispiega il concetto di Identità tra Governanti e Governati nell’assetto
della Democrazia.
[101]
KANT, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, 1798; trad. it. in
Opere, Torino p.409.
[102]
Da notare che Kant qui parla dello ius strictum, nei confronti del
quale distingue lo ius aequivocum, da cui deriva l’aequitas:
qui, nell’equivocità delle linee possibili, e nella apriorica
indeterminazione della traccia risultante, l’unica via è quella di una
valutazione umana che decida, letteralmente, l’intreccio comune.
[103]
Cfr. ad es. M. HARDT, A. NEGRI, Impero, , p.198ss. e A. NEGRI,
Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.159ss.
[104]
Marx, Il Capitale,
vol. I cap.24, p.777; e cfr. vol. II, cap.21 in cui Marx parla di
Accumulazione e Riproduzione allargata.
[105]
Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.73.
[106]
Cfr. M. HARDT, A. NEGRI, Impero, , p.267ss.; e cfr. A. NEGRI,
Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.146ss.
[107]
A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 160. A tal proposito
Negri, ricordando quanto narrato da Machiavelli sulla della rivolta
antimedicea dei Boscoli, afferma che “non si possano accettare esperienze di
contropotere così avventurose e disastrosamente inefficaci, perché contratte
in un tempo e in una passione senza riflessione” (p.161).
[108]
Marramao, infatti, sulla scia del suo ultimo testo MPO, ha da ultimo
ribadito la necessità di una politica universalistica della “differenza”, di
una differenza , non al plurale (le famose differenze culturali,
di cui tutti o quasi tutti oggi parlano…), “ma al singolare, “come «vertice
ottico» in grado di rompere, sul piano teorico, con il paradigma
distributivo e «statocentrico», e di infrangere, sul terreno pratico,
l’isometria di istituzioni democratiche strutturalmente incapaci di venire a
capo delle nuove forme di conflitto”: cfr. MARRAMAO, Esiste una sfera
pubblica globale?---.
[109]
Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.177ss.
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