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Globalizzazione e gerarchia

 

Premessa

La questione che qui si intende brevemente esibire è se e in che termini sia possibile parlare di «gerarchia» all’interno di quel mobile, indefinito, spesso confuso fenomeno comunemente denominato globalizzazione. In un mondo che viene spesso descritto su premesse sistemiche, idonee a mostrarne la complessa struttura orizzontale, non è agevole scorgere ciò che di verticale, pur nelle trasformazioni del senso dell’ordine, permane saldamente. La complessità, infatti, viene presentata quale dinamica «eterarchia» tra diverse, interscambiabili, entità poste in comunicazione, connessione, talvolta in conflitto, ma in ogni caso relative le une alle altre in una sorta di ramificata complicità. 

Per tentare di intravedere un ordine che possa essere annoverato quale «gerarchia», mancherebbero i riferimenti necessari. Il potere, si suole ancora dire, è «diffuso»; o non ha luogo[1]. Come molti autori hanno mostrato, infatti, la tecnologia sembrerebbe aver trasformato ogni componente del mondo in un frammento di funzione operativa; tutto ciò che accade, pur nella differenziazione delle possibilità e delle potenze, non fa altro che alimentare la funzione stessa, il suo proprio procedimento, e ogni rottura del procedimento costituisce a sua volta solo il contrappunto di un ritmo più ampio ed irreversibile.

In senso epistemologico, infatti, come è stato più volte rilevato, la mondializzazione o globalizzazione, significa l’impossibilità di poter guadagnare un punto di vista esterno al mondo[2], di poter assumere il mondo come objectum, e dunque anche di riuscire a muovere reali obiezioni, giacché la sua azione di farsi mondo, di conglobare, è più veloce, costante e pervasiva di qualsiasi atto volto a coglierlo come una cosa osservabile. La percezione del mondo è così un’autopercezione di soggetti o frammenti di soggettività inglobati nella sua accelerazione, e questo rinvio produce l’incertezza di ogni visione, di ogni Weltauschaung[3].

Anche allorché si è iniziato a parlare di «Impero» con tutto ciò che teoreticamente ne deriva, come lo stesso Negri ha avuto modo di osservare, ci troviamo in ogni caso  “di fronte a un uso improprio, inadeguato, talora francamente inconsistente, quasi sempre nuovo e altrimenti inefficace, del concetto di gerarchia[4].

E’ proprio la difficoltà di cogliere tale concetto a produrre un primo livello di problemi.

«Gerarchia», infatti, indicherebbe una stratificazione stabile del potere, capace di garantire decisioni che, a partire da un vertice, producano effetti, ordinatamente, sino al livello esecutivo; e, al contempo, indicherebbe un metodo tale per cui il potere, in questo viaggio, non venga disperso decadendo a puro suggerimento o tentativo di persuasione, ma conservi intatto il suo potenziale di efficacia[5].

 

1.  Impero, stato e gerarchia

La prima questione è: vi sono termini di riferimento sicuri all’interno di ciò che viene definita «globalizzazione» rispetto ai quali poter prefigurare una gerarchia?

Il termine «globale», come è stato messo in rilievo,  riferisce una serie di fenomeni più o meno leggibili: globale indica azione a distanza, compressione spazio-temporale, accelerazione dell’interdipendenza, contrazione del mondo ed erosione dei suoi confini (che dunque si appressano a divenire i limiti di un movimento infinito), intensificazione delle interconnessioni regionali, velocità dell’impatto tra eventi lontanissimi[6].

Al di là delle letture scettiche di alcuni studiosi i quali, resistenti alla tentazione di vedere nella globalizzazione un fenomeno del tutto nuovo, ricordano che in realtà già tra il 1890 e il 1914 si era assistito a una belle epoque della globalizzazione[7] ed altri che preferiscono parlare di «triadizzazione delle aree» e di «regionalizzazione dei poteri»[8], resta condiviso che da qualche decennio vige con sempre maggiore una rete di interdipendenza nello sviluppo del mercato e, in modo meno chiaro, della politica mondiale.

Globale in ogni caso non significherebbe qualcosa di «complessivo» o di «omnicomprensivo» nel senso della continenza, né un senso universalmente riconosciuto verso il quale il mondo tende a sviluppare; globale infatti è solo l’interconnessione: cioè il passaggio tra operazione ed evento, stimolo e reazione, fatto e decisione. E’ il frammezzo o l’intermezzo tra poteri ad essere globale, non il potere in sé. Detto altrimenti, non vi sarebbe un rapporto diretto tra globalità e universalità, ma anzi una reciproca negazione nella misura in cui «globale» indica la relatività della relazione, e dunque l’assolutezza del medio rispetto alla fungibilità degli estremi, mentre l’universale prefigurerebbe l’assolutezza di un vertice finale rispetto a cui il medio costituirebbe solo il relativo momento di passaggio. E proprio per la difformità tra globale e universale,  risulta difficile intuire una gerarchia.

In ogni caso però, come è stato più volte osservato, tale interdipendenza forma un criterio di selezione, che a prescindere se lo si intenda in modo sistemico, cognitivo o puramente economico, si pone come «condizione dello sviluppo». La circolazione della ricchezza, infatti, sembrerebbe passare per determinati nodi di comunicazione, che selettivamente determinati in base ad una serie di fattori che economisti e analisti del mercato si sforzano continuamente di riconoscere. Tali fattori o requisiti, sono stati spesso valutati però, come ha sostenuto Stiglitz, in modo eccessivamente analitico senza alcuna idea prospettica dello sviluppo macroeconomico e meno che mai politico[9].

Nel 1995 ad esempio, Krugman, aveva sostenuto la seguente tesi: “trovate un paese che abbia liberalizzato il commercio, privatizzato le imprese di stato, riequilibrato il bilancio pubblico ed ecco che sarà premiato dal Washington Consensus con un flusso di investimenti esteri tale da assicurare il decollo, lo sviluppo e l’integrazione nella comunità dei paesi industriali avanzati”[10]. Questo paese, intorno ai primi anni novanta, fu identificato nel Messico. Tuttavia, come è noto, il massiccio flusso di investimenti stranieri portò a  una decrescita del PIL e ad attacchi speculativi alla moneta che condussero il Messico alla seconda crisi debitoria dopo quella del 1982[11]. In altre parole, l’«azione a distanza» che aveva prodotto l’incentivazione dell’investimento nel Messico, ha poi prodotto al contempo lo svuotamento dello sviluppo economico reale, giacché i capitali hanno solo attraversato la realtà economica messicana, senza radicarsi in essa[12].

La velocità con la quale il capitale transita unita alla sensibilità dei criteri con i quali esso assume direzione di marcia, è difficilmente intercettabile dagli organismi internazionali preposti, quali a esempio l’IMF: questi, in particolare, oltre a funzionare quale cartello delle banche creditizie e dei paesi creditori con le controverse conseguenze del sistema dei prestiti internazionali[13], si limita solitamente a intervenire una volta che il danno economico è stato già prodotto[14] e per lo più per evitare il diffondersi del «contagio»[15], a volte finendo addirittura per aggravare la situazione come nel caso dell’intervento nel Sud-Est asiatico degli anni 1997-1998[16]. La politica del trikle down in ordine alla quale l’espansione economica, goccia per goccia, dovrebbe trasmettere i propri vantaggi anche alle fasce povere della popolazione, come afferma Stiglitz, si è rivelata una pura credenza o un articolo di fede: la velocità del flusso è infatti tale da non lasciar piovere nulla sui campi aridi che esso si trova a sorvolare[17].

In questo contesto, dati alla mano, non è difficile affermare che l’ordine delle disuguaglianze tra i paesi si sia ampliato e si stia destinando progressivamente a divaricarsi ancora[18]. Tuttavia tale dato, oltre a risultare sempre più difficilmente localizzabile in termini geografici (sud-nord) o geoeconomici (primo, secondo e terzo mondo)[19], sembra per alcuni  costituire piuttosto una materia di sviluppo e non un suo ostacolo formale. Woods ha sostenuto, ad esempio, che ridurre le disuguaglianze che si manifestano può certamente essere un’aspirazione moralmente nobile, ma non necessariamente razionale, giacché è più efficace un controllo gerarchico del mondo che sfrutti la differenza di risorse a livello politico[20]. Tale differenza di risorse è trasversale e non è solo relegabile ad una differenza di capitale finanziario; come hanno insistito Negri e Hardt, essa investe infatti anche il capitale cognitivo, il sapere tecnologico, l’informazione, tutto ciò che costituisce il know-how del funzionamento immateriale del mondo.

Una spiegazione del crescente dislivello di ricchezze, è poi stata sottolineata da Kapstein, per il quale un mercato globale senza un unico tasso di interesse, costituendo solo un mercato virtuale, produce automaticamente disoccupazione[21].

Parallelamente, poiché si avrebbe una sovrapproduzione di beni materiali ed immateriali che rischierebbe di rimanere sempre più inevasa ed insoddisfatta dalla domanda, secondo Baumann, le società avanzate hanno sempre più il compito di formare ed educare i propri membri al fine primario che essi svolgano il ruolo di consumatori[22] (dove anche lo sviluppo dei diritti del consumatore non farebbe altro che asseverare, riconoscere e riprodurre tale progetto). Se Rousseau lamentava nell’Emilio il danno di produrre uomini doppi, metà individui e metà cittadini[23], ora i soggetti sembrerebbero triplicati o moltiplicati dalle crescenti funzioni sociali, chiamati cioè a stabilizzare l’ordine dinamico del mercato. O meglio, rovesciando la questione, come ha messo in evidenza ancora Negri sulla scorta di Foucault, i soggetti stessi sono entità prodotte dalle dinamiche biopolitiche del potere[24].

In questo scenario, delineato da una sterminata letteratura, esiste un centro reale o ideale di potere? Si può parlare di livelli gerarchici nella scansione di ciò che viene definito «globale»? Vi è un epicentro dell’impero?

In via principale, ci si deve anzitutto chiedere: lo Stato-Nazione costituisce ancora un modello di potere e idoneo a costituire un vertice relativamente stabile ed individuato nella mobilità globale?

E’ noto che molti pensatori tendono a far coincidere la globalizzazione con il declino dello Stato-Nazione moderno.

Come affermò ad esempio Susan Strange, l’accelerazione del cambiamento tecnologico a prodotto un mutamento irreversibile del rapporto tra stato e mercato e dunque sulla capacità del primo di porre un controllo, o una comunicazione reale con il secondo[25]. Il fatto empiricamente rilevabile è che come ha sottolineato Gallino “nessuno stato è in grado di controllare gli scambi di moneta elettronica che ammontano quotidianamente a 6-7 volte le riserve di tutte le banche centrali dei 7 paesi industrializzati del mondo (…). Inoltre nessuno Stato ha più il potere di intervenire con reale efficacia nel promuovere o ostacolare molti tipi di importazione o esportazione…”[26]. Vi sarebbe dunque una difficile congruenza tra Stato-persona e Stato-apparato, tale per cui l’uno, non coincidendo sull’altro, è destinato ad impattare nella rete globale degli avvenimenti per poi incidere solo mediatamente sul secondo; e ciò lungo una modalità non più chiaramente tripartita dei poteri legislativi, esecutivi, giudiziari. Per molti autori, insomma, oramai da alcuni anni si sta assistendo ad una scissione tra governo in senso politico e governo in senso amministrativo, tra Government e Governance, così come tra Politics e Policy[27]: tra i governanti e i governati, vi sarebbe di mezzo infatti uno slargamento operativo che, ricomprendendo eventi, vicini e lontani, decisivi, completa,  devia o compatta in modo difficilmente controllabile la decisione politica stessa[28]. Detto diversamente, essendovi uno «stato di eccezione» permanente, il sovrano è chiamato a decidere sempre ciò che in verità è già parzialmente deciso dalla catena delle eccezioni stesse.

Lo Stato è diventato così un’arena di policy-making frammentata, entro cui le decisioni (top-down/bottom-up) richiederebbero azioni multilaterali coordinate: infatti, la decisione su una policy di un paese influisce sulla policy degli altri in campi come costo del denaro, disboscamento, coltivazione, sanità etc. Vi sono cioè, come hanno rilevato tra gli altri Held e McGrew, destini comuni che richiederebbero difficili soluzioni collettive, decisioni che superano di molto i confini e i limiti dello Stato[29].

Parallelamente, affiora un’altra difficoltà, giacché come ricorda Rodrik, “la globalizzazione aumenta la domanda di protezione sociale, mentre contemporaneamente restringe la capacità dei governi di rispondere efficacemente a questa domanda”[30] producendo una atmosfera di precarietà politica costante di cui l’alternanza elettorale dei sistemi maggioritari sarebbe solo uno dei sintomi visibili. Come ha sostenuto Marramao nel suo intervento apparso sul precedente numero della rivista, si produrrebbe così un «cortocircuito», giacché i singoli Stati sovrani risulterebbero al contempo “troppo piccoli per far fronte alle sfide del mercato globale e troppo grandi per controllare la proliferazione delle tematiche, delle rivendicazioni e dei conflitti indotti dai vari localismi”[31].

La crisi del Welfare degli Stati europei[32], sarebbe in questo senso prodotta, secondo autori come Morley-Fletcher, dal fatto che gli individui stessi, domandando una protezione attiva che gli Stati non riescono più ad accordare, siano progressivamente costretti a trasformarsi da cittadini in imprenditori[33], costretti ad assecondare e perfino a sfruttare il livello di precarietà come mobilità virtuosa[34].

La difficoltà di individuare nello Stato un centro o un modello di potere, risiederebbe anche nel rilievo socioculturale per cui, come afferma Miller, per avere un campo simbolicamente definito come Stato, è necessario non solo la condivisione esclusiva di un linguaggio, ma anche di pregiudizi e progetti, è necessario cioè che vi sia una «comunità di destino»[35]; e il destino invece sembra essersi ampliato direttamente in storia, nella «storia senza storia» quale è quella di una perpetua attualità.

In realtà, dunque, non sarebbe solo e tanto lo Stato ad essere in crisi, quanto i confini ideali di esso: non solo i limiti territoriali in virtù della c.d. deterritorializzazione degli spazi, ma i limiti ideologici dello Stato come individuazione di un potere e di un sistema.

Tuttavia, per altri autori come Drucker e Drezner, lo Stato-Nazione è tutt’altro che indebolito:  anzi, lo stato nazione ha resistito alla globalizzazione mediante il rafforzato controllo sulle politiche interne[36].

In senso non lontano, Zolo, citando il lavoro di Thomas Mathiesen, sostiene che stiamo passando dallo Stato “panottico” allo stato “sinottico”, ad uno stato cioè capace di sviluppare un controllo simultaneo ed accurato dei cittadini specialmente in virtù delle nuove tecnologie a disposizione (come le banche dati elettroniche), predisponendosi al passaggio da Stato Sociale a Stato Penale[37]. In sostanza, gli Stati, afferma Zolo, pur trasformandosi “sono lontani dall’estinzione. Alcuni di essi, anzi, si stanno rafforzando”[38]. Nell’articolo apparso il mese scorso su questa rivista, Zolo ha in particolare ribadito alcune perplessità sul concetto di Impero prospettato da Negri, affermando che vi sarebbe un chiaro centro di questo Impero, un palazzo imperiale ben definito: gli Stati Uniti d’America, una sorta di Stato degli Stati, che agirebbe in una graduale aggressiva e antigiuridica espansione della sua politica, sottraendosi ad esempio “sia al divieto dell'uso 'privato' della forza (jus ad bellum) stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite, sia alle norme del diritto bellico (jus in bello), sviluppate dall'ordinamento internazionale moderno”[39].

Chiesa, su analoga linea, sostiene anzi che “la retorica sulla fine della sovranità, esaltata come un esito altamente auspicabile” abbia di fatto nascosto “il fatto decisivo che non tutti stavano perdendo le stesse percentuali di sovranità: gli Stati Uniti non solo non hanno rinunciato alla loro sovranità nazionale, ma hanno imposto gradualmente la propria sovranità sulle aree di rinuncia alla sovranità da parte di altri partner”[40].

Altre analisi, puntualizzano che nonostante lo Stato-Nazione sia in crisi e stia perdendo definitivamente la sua forma privilegiata, la sua sovranità, esso non sia un modello facilmente superabile, né in via di estinzione e che in ogni caso, tenterà di resistere in ogni modo al processo di disgregazione[41].

Zolo vede nell’idea avanzata da Negri dell’estinzione dello Stato di Diritto la riproposizione implicita della trasmutata dottrina marxiana della fine dello stato, nel senso che “l’Impero è l’involucro istituzionale entro il quale gli Stati e i loro ordinamenti giuridici si dissolveranno, si addormenteranno (otmiranie) diceva Lenin”[42].

Tuttavia, come tenteremo di mostrare più oltre, è innegabile l’insorgenza di una potente autorità non-statale, di soggetti politici diversi, di istituzioni e nodi di potere che hanno nei confronti della forma-stato un percorso dialogico, dialettico o di assoluta lateralità[43].

Sotto questo profilo Negri,  sempre all’interno del dibattito con Zolo, legittimamente domanda: “che cosa significa più capacità potestativa dello Stato davanti alla lex mercatoria e cioè a quella sostanziale modificazione del diritto internazionale privato che vede non certo gli Stati-Nazione, ma le law firms farsi legislatori?”[44]

Lo stesso Zolo, nel suo ultimo testo, ricorda che le law firms siano in grado di plasmare la lex mercatoria specie con l’aiuto di alcune categorie di Lawyers (litigators e specialisti di lobbying) di manipolare  il destino stesso dello Stato di Diritto, al punto che, citando le analisi di Maria Rosaria Ferrarese, risulterebbe oramai del tutto sfuocata “l’immagine del diritto moderno come un ordinamento coercitivo, garantito dal monopolio della forza esercitato dallo Stato in un determinato territorio”[45].

Vi è dunque forse un punto che può, se non accomunare, permettere una riflessione. Anche per Negri gli Stati Uniti hanno una innegabile influenza sui processi di gerarchizzazione dell’impero[46]: tuttavia, l’egemonia non è l’impero né l’impero equivale ad  imperialismo[47], nel senso che non è possibile individuare con certezza nell’amministrazione di una nazione, il nucleo di qualcosa che oramai si è definitivamente diffuso. Molti soggetti politici operativi, cui faremo cenno nei prossimi paragrafi, non sono di tipo statale né hanno direttamente a che fare con le amministrazioni statali. Il capitalismo cognitivo di cui parlano Negri e Hardt, accomuna ad esempio il Sud-Africa e il Giappone, la Francia e l’Australia il Canada e la Cina molto più strettamente di quello che si possa pensare, e ciò per via di realtà che, più che essere internazionali o transnazionali, si vanno attagliando sempre più senza preciso territorio né definita sovranità[48].



2.  La dittatura “democratica” dell’impero: guerra, elusione e anomia

E’ dunque plausibile pensare ad un doppio livello di analisi. Anche volendo identificare gli Stati Uniti quale epicentro del sisma globale, suggeritore palese e occulto delle politiche liberali che, mediante organismi quali l’IMF e la WB o accordi permanenti come il WTO, avrebbero destabilizzato intere aree economiche, assoggettando con il meccanismo del credito nuove colonie[49], si potrebbe però anche sostenere che essi abbiano avviato un processo irreversibile o quantomeno incontrollato[50] nel quale anche la resistente «forma della sovranità» di tipo nazionale sia destinata a venire travolta.

E’ l’ipotesi autorevole di Wallerstein, il quale, nel suo After Liberalism, scriveva che il periodo compreso dalla fine degli anni novanta al 2025 sarebbe stato caratterizzato dal declino (fisiologico secondo i cicli di Kontradieff) della potenza egemonica degli Stati Uniti; declino  non indolore ma gettato nella turbolenza di una guerra di nuovo tipo[51]. L’era della globalizzazione, infatti, inizia con 1989, momento in cui, secondo Wallerstein, viene segnata «la fine del liberalismo». Con il crollo del muro di Berlino, infatti, afferma Wallerstein, liberalismo di destra e di sinistra sono caduti l’uno sull’altro come i due destini sconfitti, che, appartenenti al medesimo ceppo storico-politico, si erano sdoppiati se non triplicati[52] in virtù di una lotta di potere interna ad una identica logica condivisa: quella, nata a partire dal 1848, di rafforzare la struttura dello stato individuando così un campo di potere e di contesa politica[53]. Dunque, anche l’idea di Stato liberale è in coma irreversibile, con conseguenze turbolenti nell’ordine di equilibrio mondiale[54]; come Wallerstein aveva preconizzato dieci anni prima, si entrerà, infatti, a partire dall’anno 2000 in un periodo “di poca pace, poca stabilità e poca legittimazione”[55].

Per Negri, si può dire in questo senso che “siamo solo all’inizio di una “guerra di trent’anni”, non di meno ci ha messo lo Stato moderno per formalizzare la sua nascita[56]”, una vera e propria “guerra di transizione”[57] oltre i quali sarà configurato un nuovo ordine mondiale le cui polarità nuove, embrionali, sono la moltitudine e l’impero.

Anche per Chomski, la fine dello Stato-Nazione di stampo liberale è in ogni caso auspicabile nella misura in cui, promuovendo esso una struttura artificialmente sovrapposta al movimento reale associativo degli uomini, ha costituito sin dalla sua nascita una difficoltà storica, una incoerenza fatta istituzione, una contraddizione con l’implicita pretesa di voler durare[58]: l’istituzione e la perpetrazione degli Stati moderni ha prodotto una storia sanguinosa di guerre che si è arrestata nel 1945 “solo perché il conflitto successivo avrebbe condotto alla autodistruzione totale”[59]. Da lì in poi, sono nate guerre indirette, attuate sempre di più per interposta persona, sia per eludere il sistema dello scontro frontale tra potenze, sia per evitare il dissenso interno contro la guerra che specialmente dalla guerra del Vietnam in poi era divenuto un fenomeno non più trascurabile nella strategia del consenso[60]. Il concetto di guerra indiretta, di cui Chomsky parlò ad esempio in una conferenza del 1989, aveva permesso, parallelamente, nella oramai non-ufficialità delle operazioni internazionali, lo sviluppo decisivo dei diritti umani: indirettamente si combattevano guerre clandestine o poco trasparenti, con segrete operazioni di intelligence e finanziamento alle reti terroristiche mondiali, ma direttamente si promuoveva il sostegno ai diritti umani, di fatto avviando il diritto internazionale stesso ad una schizofrenia di terrore illegittimo e di palliativi legali[61].

Molti sono gli autori che hanno intravisto nella guerra permanente al contempo l’articolazione sofferta di questo nuovo sviluppo e il tentativo di controllo conservativo da parte delle potenze egemoniche in declino[62]. Per Negri vi è certamente una “guerra imperiale ordinativa”, una sorta di violenza organizzata, mediante cui si attua un vero e proprio nuovo metodo di controllo, repressione e direzione dei processi vitali ed economici, cioè come “tecnologia del potere”[63]. Sotto questo aspetto, dunque, come afferma Negri, Impero e Diritto internazionale si negano a vicenda[64].

Ma quale sovranità va dunque configurandosi in modo convulso? La risposta, difficile non può che essere vaga o simbolica, tradita dal doppio compito di dover indicare e profetizzare allo stesso tempo. Se Negri parla di un modello bizantino di impero basato sulla trascendenza del potere, di cui l’unilateralismo americano costituirebbe una rappresentazione[65], Minc aveva parlato circa dieci anni fa di «Nuovo Medioevo», di un’era cioè fondata sulla perdita di sicurezza degli individui, caratterizzata dallo squilibrio dei poteri tradizionali e dal conseguente sviluppo di «zone grigie» prive di autorità legittimamente riconosciuta, sul modello di gang o strutture feudatarie, nate da piccole guerre civili, violenze, atti di terrorismo, e dotate di quella agilità necessaria a svolgere le funzioni del mercato (sviluppo del mercato e crescita di zone grigie sono anzi direttamente proporzionali)[66].

Anche Zolo, nel suo ultimo libro, rifacendosi anche alle analisi di Guido Rossi[67], sostiene che il ritirarsi progressivo del diritto pubblico internazionale sulla spinta del crescente diritto privato, “ricorda da vicino l’Europa medievale, con l’aggravante che oggi non si scorge traccia né di uno jus commune né di uno jus gentium, in grado di regolare giuridicamente l’economia mondiale”[68].

In questo clima di precarietà e di incertezza, come da alcuni avvertito, si assiste alla manipolazione e alla selezione di strumenti giuridici del vecchio apparato per meglio controllare il nuovo: sotto le surrettizie parole “consenso”, “rappresentanza”, “investitura popolare”, in altre parole, sotto il concetto stesso di “legittimazione”, si insinua l’elemento reazionario a quel mutamento del mutamento che Negri e Hardt radicano ad esempio nella coppia oppositiva impero/moltitudine.

E’ proprio il parziale disconoscimento di alcune strumentazioni giuridiche del vecchio Stato di Diritto, giudicate inefficaci, inopportune perfino lente rispetto al veloce evolversi delle informazioni produttive, e al contempo la parziale esaltazione di alcuni principi o valori normativi a costituire un nuovo territorio di politica sul diritto. La domanda non è se applicare il diritto o meno, ma quanto applicarlo, o meglio che cosa di esso possa essere selettivamente applicato per stabilizzare con maggiore efficacia il processo di controllo gerarchico sulle risorse[69]. Anche la scelta su quale legislazione applicare tra contraenti internazionali nello sviluppo della lex mercatoria, muove ad esempio in questa direzione[70]. E’ noto infatti ad esempio che perfino alcune Convenzioni Internazionali nate dallo sforzo di uniformazione giuridica  come la Convention in Interntional Sale of Goods, non essendo state sottoscritte da alcuni paesi chiave come il Regno Unito, risultano facilmente disapplicabili[71] e che, in generale, i contraenti possano scegliere di applicare la legge più conveniente e garantista per i loro specifici, interessi privati[72]. L’«elusione» sembra essere diventata metodo e l’«off-shore» una metanorma di chiusura del sistema, che organizzazioni come l’OCSE non riescono a fronteggiare né a convertire[73].

L’asse che dalla legislazione, passando per la legittimazione radicava nel «consenso», sembra deviare, come ha rilevato ancora Negri, verso l’idea stessa di «consumo»[74]. Parallelamente, diritto internazionale pubblico e privato, che trovano momenti di continua sovrapposizione e confusione, rischiano di svelare ciò che sembra essere divenuto il tratto ultimo del diritto stesso, già a partire dalle teorizzazioni di Luhmann: una trasformazione di aspettative cognitive in aspettative normative attuate dal e unicamente per lo stabile funzionamento del sistema.

Si può così ravvisare uno stato di «anomia», ad indicare non tanto l’assenza di leggi nella disciplina di alcune materie, quanto la disarticolazione tra previsioni normative e crescita delle funzioni sociali, tale per cui l’assetto regolativo sia destinato a correre in modo più lento e talvolta più goffo, dietro al veloce sviluppo delle funzioni economiche[75].

Ma il termine «anomia» non deve ingannare, perché accanto alla disfunzione normativa, di cui la perpetuata sopravvivenza di paradisi fiscali è solo uno dei possibili epifenomeni, vi è l’insistito riferimento a norme, diritti, legislazioni i quali prefigurerebbero in qualche modo un ordinamento democratico da cui e verso cui l’instabilità sarebbe racchiusa. Esempio diffusamente riportato di quanto detto, sarebbe costituito dai diritti umani, da un lato sanciti e sostenuti, dall’altro resi inefficaci[76], ad esempio dalla mancata istituzione di un tribunale internazionale gestito e protetto, anche militarmente, come sostiene Habermas, dalle Nazioni Unite[77]. Ma dietro l’universalismo dei diritti umani e di altre garanzie tradotte in senso normativo o quantomeno persuasivo, vi sarebbe forse, come alcuni autori hanno ravvisato, anche il tentativo di perpetuare un controllo da parte dell’impero sulle difformità etniche e culturali[78].

Dunque, lo scenario emergente sembrerebbe questo: da una parte Stati-Nazione egemoni come ad esempio gli Stati Uniti tenterebbe di conservare il proprio potere per via diffusiva più che espansiva, mediante ad esempio lo strumento della «guerra ordinativa»; dall’altra però il meccanismo di erosione della sovranità statale però si andrebbe intensificando alimentando sempre più zone grigie o zone irrisolte dal punto di vista della legittimazione e del controllo le quali vanno a costituire un asse irregolare di potere non-statale, che per alcuni studiosi possiede alcune analogie con il  sistema medievale. Trasversalmente, la strumentazione giuridica formatasi sul modello dello Stato di Diritto, viene “utilizzata”, evasa o elusa, in ogni caso resa una variabile tra le altre variabili del movimento di efficacia globale.

 

3. Chi governa? Lo stato dello stato ovvero il non-statale come motore della gerarchia

Ora però dovremmo chiederci, posto che lo Stato-Nazione non costituisca più un modello definito o definitivo di potere, a partire da quale gerarchia o verso quale nuova forma di gerarchia muove il processo di globalizzazione? E quali sono i reali spazi di interlocuzione in questo movimento?

Come scrive Negri, infatti, “è inutile nutrire mitologie come quella liberale della mano invisibile, di una provvidenza, cioè, che regola un mercato senza soggetto. Ci sono sempre mani, mani attive, regole più o meno visibili, comunque efficaci e sempre manipolatrici, che corrono nel mercato e ovunque nella società”[79].

Si può dunque non essere d’accordo sulla identificazione di queste “mani”, non sul fatto che esse vi siano e siano, per più di un verso, decisive. Questo, in ogni caso, tornando all’inizio della questione, sembra il problema immediato della configurazione globale: si descrive spesso il meccanismo ma non lo si imputa correttamente o non lo si sa indicare con certezza.

Il lavoro oramai divenuto quasi classico, di Susan Strange, The Retreat of the State. The Use of Power in the World Economy, aveva compiuto lo sforzo di enucleare, a partire dall’evidenza empirica, i soggetti politici che, in modo dialettico o collusivo, governano (solo nel senso della governance?) il mondo: la criminalità organizzata, le telecomunicazioni, le grandi società di revisione contabile, le grandi imprese di assicurazione, i cartelli, le multinazionali ed infine gli econocrati delle organizzazioni internazionali[80].

Aldilà delle interessanti analisi condotte ad esempio sulle società di revisione contabile e sul settore assicurativo[81], ciò che qui rileva è la trasformazione essenziale e diretta di queste componenti in «soggetti politici»: il capo di una multinazionale, ad esempio, somiglia a un principe moderno, “a uno stratega obbligato a negoziare le proprie azioni in un mondo ostile”[82] e le Tnc  sono in generale da annoverarsi come attori politici capaci di agitare il pendolo tra mercato e politica decidendone il ritmo a partire dalla realtà locale fino a quella globale e, così, di ritorno[83].

Angel Russo prefigura in questo senso un grande gioco, da lui denominato il «Terzo Scacchiere», la cui zona di conflitto, centrale, è premuta dalle diverse forze geometricamente schierate, tra potere economico legalizzato, potere economico illegale, potere etico, potere politico istituzionalizzato in autorità. Si fronteggiano in questo fuoco incrociato, sulla scacchiera: Ong corporazioni, giornalismo indipendente, comunità intermedie, banche, corporazioni, industrie, IMF, Narcotraffico, contrabbando, traffico di armi, governo, autorità religiose, catene informatiche, sindacati etc.[84]. Il diritto istituito è solo una componente del gioco globale, non una sua anticipazione. Anche le regole del diritto sono gettate dentro le pratiche di gioco come riferimenti mobili nella strategia.  Questo gioco —rileva l’autore—non ha limiti temporali: “si gioca ininterrottamente. Benché i giocatori entrino ed escano (o siano esclusi), cambino i loro volti e i loro nomi, il gioco continua”[85].

La macroeconomia è ridotta a microeconomia, a un gioco oligarchico[86], entro cui ad esempio 500 major corporations controllano il 70% del commercio mondiale[87] a partire dal quale però si sviluppa via via il gioco globale ed estensivo del mercato, fatto di cartelli, protezionismi, contagi, speculazioni, volatilizzazioni del mercato.

Non vi sono solo soggetti politici gerarchicamente e dinamicamente ordinati, ma vi è una «gerarchia di giochi», entro la quale la mossa di un gioco superiore finisce per deviare il movimento del gioco inferiore e ciò sia internamente alle strutture non democratiche di questi soggetti politici che esternamente, in virtù dei vari livelli di incidenza nel mercato globale[88].

Susan Strange fa notare inoltre che nessuna della autorità non statali menzionate possiede potere democratico al suo interno[89]. Ed in ogni caso, come ha avuto modo di rilevare Cassese nel suo ultimo intervento su questa rivista, nessuna delle istituzioni internazionali è nata per investitura popolare.

La disuguaglianza è l’effetto economico di questi livelli di gioco, entro cui, come abbiamo già rilevato citando il pensiero di Stiglitz, istituzioni quali l’IMF o la WB rischiano per lo più di acuire le differenze e diffondere il contagio con la manipolazione, ad esempio, dei tassi di interesse. In senso ottimistico, alcuni invero come Tietmayer ad esempio, tendono a difendere il lavoro svolto dall’IMF e dalla WB, sostenendo che, in una articolazione stretta tra WTO e ILO (International Labour Organization), tali organismi potrebbero agire per favorire, se non imporre, la «trasparenza» delle istituzioni, delle condizioni del lavoro e dei meccanismi del mercato negli Stati, subordinando i prestiti finanziari e promozioni di investimento a rigorosi requisiti E ciò perché il comune non è l’uguale[95] né l’identico[96]. Ciò che non è uguale già  a partire dalle teorizzazioni politiche di Aristotele è la virtù: in comune è solo la possibilità di essere virtuosi è la possibilità di misurare la virtù stessa come merito[97]. Anche le diversità di cultura sembrerebbero voler resistere - come ha messo in evidenza Zolo ricordando il caso della Dichiarazione di Bancock del 1993 - alla uniformazione o universalizzazione dei diritti umani proposti, pur con intento morale, dall’Occidente[98].

In radice, il problema consiste nel fatto che, anche in termini logici, come Husserl spiega e come Carl Schmitt sviluppa esplicitamente proprio a partire da Husserl[99], “ogni eguaglianza è in relazione con una species, dalla quale dipendono i confronti. E questa species non è d’altronde un mero eguale ne può esserlo, giacché altrimenti sarebbe inevitabile il più insensato regressus in infinitum […] Eguaglianza è il rapporto di termini che sottostanno ad  una stessa species. Se non è concesso di parlare dell’identità della species, dell’aspetto in cui ha luogo l’eguaglianza, anche il discorso sull’eguaglianza perde il suo fondamento”[100].

E nella globalizzazione mancherebbe proprio questo: il riferimento ad una «species», da cui poter dedurre un valore di uguaglianza; ogni specie è divenuta infatti genere, in un circuito di generalizzazione sempre crescente.

Se è vero che il diritto (rectum), come scrisse Kant, “è, come la linea retta, opposto da una parte al curvo, e dall’altra parte all’obliquo”[101] e che, dunque, come per un pluralità di linee o di punti v’è una sola risultante (la perpendicolare), così “la dottrina del diritto deve voler determinare ad ognuno il suo”[102], resta sempre più difficile orientare la linea ed individuare, rispetto ad ognuno, il suo. La linea si inscrive infatti in una rete disseminata, entro cui circoscrivere (un diritto) o lasciar scorrere (verso l’anomia) diventa un problema essenzialmente politico.

Vi è così, come hanno rilevato ad esempio Negri e Hardt, una nuova configurazione della divisione di classe, tra coloro che riescono a trarre vantaggio dall’economia globalizzata e quanti no; tra chi è addestrato a cogliere il nodo fruttuoso della rete e chi vi può soltanto restare impigliato, appeso o confusamente racchiuso[103]. In questo senso, la gerarchia sembra inscriversi, ancora, ad un triplice, articolato livello:

1)                  da un lato vi è una gerarchia del mercato, retta dall’espansione dell’economia capitalista. Questa sorgerebbe dalla cosiddetta «accumulazione originaria» del capitale. La teoria di Marx come è noto, è che il denaro si trasforma in capitale, il capitale si fa plusvalore, dal plusvalore si trae più capitale; “ma l’accumulazione del capitale –scrive Marx ­­­– presuppone il plusvalore, e il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa presuppone a sua volta la presenza di masse di capitali e di forza-lavoro di una considerevole entità in mano ai produttori di merci. Tutto questo movimento sembra dunque aggirarsi in un circolo vizioso dal quale riusciamo ad uscire soltanto supponendo un’accumulazione originaria (previous accumulation in Adam Smith) precedente all’accumulazione capitalistica: un’accumulazione che non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistica”[104].

2)                  dall’altro lato, però, sussiste una gerarchia di saperi, di risorse cognitive, di know-how tecnologico. Come hanno suggerito ancora Negri e Hardt, infatti, l’accumulazione originaria del capitale si sarebbe trasformata in «accumulazione cognitiva»[105], e lo sviluppo tecnologico avrebbe definitivamente mutato il rapporto tra tempo lavorativo e valore[106].

3)                  come terzo livello infine, di radicale importanza, vi sarebbe una mutazione tale, in senso politico, del rapporto spaziotemporale, per cui ad uno spazio che perde territorio vi sarebbe un tempo che guadagna velocità e ritmo; per uno spazio che diviene senza luoghi o «utopico» in senso stretto, vi sarebbe un tempo attrattivo e concentrico, che unisce e distribuisce eventi lontanissimi al ritmo della informazione. Ciò significherebbe che l’azione globale sarebbe costituita da una tempospazialità e che disloca lo spazio in «tempo reale» (mercato), e costituisce il tempo in evento virtuale (comunicazione). Ma ciò significa anche che il controllo del tempo costituisce una forma di gerarchia primaria del mondo globalizzato, perché attraverso di essa si attua la presa degli spazi, e attraverso il sapere si dilata il divario tra accumulazione ed esaurimento delle risorse.

A  questa scansione corrisponde forse una difficile articolazione tra «universale», «comune» e «globale», laddove il livello di comunanza sarebbe proprio racchiuso dal sapere diffuso, da quello che Negri rileggendo la tradizione marxiana prefigura come «General Intellect»: il «General Intellect», infatti, prefigura la cooperazione sociale del lavoro immateriale, capace di produrre un contropotere effettivo rispetto all’evoluzione dell’impero.

Anche un contropotere capace di controbilanciare, se non ad invertire la tendenza alla divaricazione tra ricchi e poveri del pianeta, dovrebbe essere articolarsi su questi molteplici livelli dinamici:

sia come interposizione giuridica tra stati (cooperazione, riforma di alcuni organismi internazionali, istituzione di Tribunali Internazionali) volta a sanzionare fenomeni di reazione, quali ad esempio quelli della guerra (in una oscillazione tra impero e imperialismo), rispetto alla pretesa di una reale democratizzazione dei processi;

che, come suggeriscono Negri e Hardt, quale sfruttamento pratico del «General Intellect» da parte della moltitudine militante;

infine come contromisura rispetto alla misurazione insieme sistemica e volatile del tempo sociale.

E’ evidente che, data la difficoltà di leggere le nuove complesse linee di gerarchia, che curvano guizzano e si volatizzano tra transazioni e inabissamenti off-shore, tale resistenza al potere rischia, come ha avvertito Negri, “di girare a vuoto, o peggio, di essere manipolata entro operazioni di circolazione sistemica che solo la ricomposizione di un punto di vista globale di contropotere può interrompere”[107].

Il Diritto, in questo senso, che a partire dal proprio potenziale etimologico indica una «Direzione», un «Criterio di Orientamento» e persino una «Formula di Salvezza», deve poter tracciare una linea tra l’accumulazione ed il contropotere, tra l’impero e la moltitudine, tentando forse di attuare quella politica universale della differenza auspicata da Marramao[108], ma anche di prefigurare, e poi proteggere, una nuova costituzione politica del mondo[109].

 

Pier Paolo Fiorini

Dottore di ricerca in Filosofia del diritto Università di Roma "La sapienza" e
Prof. European School of Economics


 


[1] Cfr.  M. HARDT, A. NEGRI, Impero, Rizzoli, Milano 2002, p.180s. e p.199ss.

[2] Cfr.  M. HARDT, A. NEGRI, Impero, , p.178s. Il fatto che non ci sia più un «fuori» significa in termini di pensiero politico che non è più possibile, secondo Negri, operare una distinzione tra natura e artificio, o tra pubblico e privato; non vi è più la possibilità dialettica di rapportarsi ad una esteriorità, giacché lo spazio imperiale è liscio, libero da divisioni binarie.

[3] Non è possibile in altre parole, come sottolinea ad esempio Nancy, prospettare un «cosrmotheoros», un osservatore esterno al mondo, e ogni esperienza che si fa del mondo è in realtà un’esperienza che il mondo fa di se stesso. Cfr. J.-L. Nancy, La creazione del mondo o la mondializzazione, Einaudi, Torino 2003, p.22ss. e p.32ss.

[4] A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, 5.

[5] Si può dire che un agente abbia potere se, nei termini di Waltz, quando esercita una decisione sia capace di influenzare altri più di quanto non ne venga a sua volta influenzato Cfr. Waltz, Teoria della Politica Internazionale, Il Mulino 1987.

[6] Cfr.  particolare il riuscito sforzo definitorio sul punto nei lavori di A. Giddens, La terza via, Il Saggiatore 2000; Rosenau, Turbulence in World Politics, Princeton University Press 1990; J.A. Scholte, Global Capitalism and the State, in «International Affairs», 73, 3, 1997; Albrow, The Global Age, Polity Press, Cambridge 1996; A.a.V.v., (a cura di) H. Holm, G. Sorensen, Whose Wold Order, Vestview Press, Boulder 1995.

[7] Alcuni storici dell’economia (Gordon, Jones, Hirst) descrivono come la belle epòque della globalizzazione il periodo tra il 1890 e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dove vigeva un’economia di scala mondiale che, con un elevato volume di scambi commerciali, veniva sorretta dal protezionismo nei commerci e da zone economiche tendenzialmente immunizzate dal rischio: cfr. D. HELD, A. McGREW, The Great Globalisation Debate: An introduction, Polity Press,Cambridge  2000, trad. it. Globalismo e Antiglobalismo, Il Mulino, Bologna 2001, p.17 e p.65.

[8] Alcuni autori, infatti, rilevando in questi fenomeni, per lo più, l’incidenza del collegamento tra entità lontane ma essenzialmente locali, si sono sostanzialmente domandati: “che c’è di globale nella globalizzazione?”: cfr. P. HIRST, The global Economy, in «International Affairs», 1997, n.3; Cfr. RUIGROK-TULDER, The Logic of International Restructuring, Routledge, London 1995;  Cfr. G.THOMPSON, Globalization towards Regionalism?, Journal of North African Studies, 1998; cfr. L.WEISS, State Capacity: Governing the economy in a Global Era, Polity Press, Cambridge 1998.

[9] Le critiche, anche in questo caso, sono rivolte da Stiglitz alle politiche dell’IMF e della WB: cfr. ad es. il caso emblematico dell’Etiopia: J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori, Einaudi, Torino 2002, p.25.

[10] P. KRUGMAN, Dutch Tulips and emerging Markets, in Foreign Affairs 1995.

[11] Cfr. R. DI LEO, 43.                                                                     

[12] F. BERGSTEN, Globalizing Fee Trade, in Foreign Affairs, 1996, n.3. à Solo una World Wide Reciprocity può incidere sul divario e rendere così protetti gli stati da attacchi speculativi

[13] Cfr. J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori, p.15ss. Secondo Stiglitz la non mantenuta promessa della globalizzazione è principalmente imputabile alle politiche di istituzioni, primo fra tutti l’IMF e la World Bank, che in seguito alla fine della guerra fredda, tentarono di ampliare il loro mandato originario estendendo il proprio raggio d’azione con conseguenze che Stiglitz non esita a definire catastrofiche, dal momento che “per molti questo ha significato povertà e per numerosi paesi caos sociale e politico” come la Thailandia e l’Indonesia nel 1997, il Messico nel 1994, il Marocco. “La delusione provocata dal sistema internazionale della globalizzazione sotto l’egida dell’FMI diventa sempre più profonda, ora che i poveri di Indonesia, Marocco o Papua Nuova Guinea si vedono tagliare le sovvenzioni per l’acquisto di generi alimentari e carburante, i cittadini della Thailandia assistono alla diffusione dell’Aids come conseguenza dei tagli alla spesa sanitaria a cui l’FMI ha costretto il paese, e molte famiglie di molti paesi in via di sviluppo, dovendo pagare l’istruzione dei loro figli nel contesto dei cosiddetti programmi di recupero dei costi, sono costretti alla scelta dolorosa di non mandare a scuola le bambine” (J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori, p.18).

[14] Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale?  280s.

[15] Cfr. J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori, p.202ss.: il contagio della depressione economica infatti dipenderebbe secondo Keynes da una contrazione del mercato delle importazioni del paese in crisi, che finisce irrimediabilmente per ripercuotersi sul sistema dei paesi limitrofi generando una epidemia della crisi finanziaria. Tuttavia, Stiglitz ha mostrato come l’intervento del FMI nel Sud-Est asiatico abbia di fatto accelerato il contagio (cfr. p.105ss.)

[16] Cfr. J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori, p.98ss. e 106ss.

[17] Cfr. J. STIGLITZ, La Globalizzazione e i suoi Oppositori., pp.77-78.

[18] Questo dato, stando al puntuale riassunto operato da Held e McGrew, sarebbe inconfutabilmente sostenuto sia da autori che vedono nella globalizzazione una grande nuova realtà foriera di crescenti opportunità di liberazione, sia da quelli, invece, più scettici: cfr. D. HELD, A. McGREW, The Great Globalisation Debate , trad. it. cit. , 94ss.

[19] Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.5.

[20] N. WOODS, Order, Globalization and Inequality in world politics, Oxford University Press, Oxford 1999.

[21] cosicché, afferma E.B. KAPSTEIN, Workers and the World Economy, in Foreign Affairs, n.3, 1996.

[22] Z.BAUMANN, Dentro la globalizzazione, Laterza, Bari 1999, p.90.

[23] Cfr. ROUSSEAU, L’Emilio, Laterza, Bari 1997, p.28 e p.96.

[24] Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.148ss.

[25] Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale?, Il Mulino, Bologna 1998 , 26ss.

[26] L. GALLINO, Globalizzazione e Disuguaglianza, Laterza, Roma-Bari 2000, pp.31-32.

[27] Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , 83ss.

[28] In questo senso lo Stato non avrebbe sovranità effettiva, se per sovranità perché mancherebbe il nesso tra la determinazione delle finalità (politics) e il perseguimento delle finalità stesse nel dispiegamento delle risorse necessarie per perseguirle (policy); sul punto cfr. anche M. L. Salvadori, L’occasione socialista nell’era della globalizzazione, Laterza, Bari 2001, p.42ss.

[29] D. HELD, A. McGREW, The Great Globalisation Debate , trad. it. cit.  94.

[30] D. Rodrik, Sense and Non-sense, in the globalization Debate, in Global transformation Readers, cit., pp.232-233. Cfr. anche  P. Hirst, G. Thompson, Globalization in Question, Polity Press, Cambridge 1999.

[31] MARRAMAO, Esiste una sfera pubblica globale?, p.---.

[32] Sull’idea di una crisi irreversibile del Welfare: cfr. P. Bourdieu, Controfuochi 2: per un nuovo movimento europeo, Manifesto Libri, Roma 2001.

[33] Morley-Fletcher sostiene in particolare che il Welfare State debba mutare radicalmente la sua configurazione coinvolgendo i cittadini ad entrare direttamente nella gestione della spesa pubblica attraverso, ad esempio, l’utilizzo dei vouchers.

[34] Cfr. anche D. HELD, A. McGREW, The Great Globalisation Debate , trad. it. cit. , p.91.

[35] D. MILLER, Justice and Inequality, in WOODS 1999.

[36] P. DRUCKER, The global economy and the Nation-State, in Foreign Affairs, n. 1, 1997. Cfr. sul punto anche D.DREZNER, Globalizers of the World, Washington Quaterly, n.1, 1998

[37] Cfr. D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, Laterza, Bari 2004 , p.80.

[38] ZOLO, Dialogo su Impero, in A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 25.

[39]  ZOLO, Il riemergere della nozione di impero e l’influenza del pensiero di Carl Schmitt, in SSF 3, p.30.

[40] G. CHIESA, M. VILLARI, Superclan. Chi comanda l’economia mondiale?, Feltrinelli, Milano 2003, 94.

[41] Cfr. M. Horsman - A. Marshall, After the Nation-State: Citizens, Tribalism and the New World Disorder, Harper and Collins, London 1994, p.262ss.

[42] ZOLO, Dialogo su Impero, in A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 33.

[43] Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.139ss.

[44] A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 20.

[45] D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, p.90.

[46] Cfr. soprattutto, più che Impero, alcune tesi contenute nelle Cinque Lezioni.

[47] Contro tale prospettiva di Negri, cfr. anche M. Cacciari, Digressioni su Impero e Tre Rome, in «Micromega» 5, 2001, p.43ss.

[48] Cfr.  M. HARDT, A. NEGRI, Impero, , p.212ss.

[49] Cfr. G. CHIESA, M. VILLARI, Superclan, p.100ss.

[50] Infatti come è noto, per alcuni autori tra i quali il già citato Paul Hirst, la globalizzazione equivale ad un periodo di espansione del commercio e degli scambi finanziari eccezionali (come era già accaduto analogamente tra la fine dell’800 e l’inizio del 900), destinato però a finire in un nuovo assetto di minore apertura. Cfr. P. Hirst, G. Thompson, Globalization in Question, Polity Press, Cambridge 1999.

[51] Cfr. I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, Jaca Book, Milano , p.35ss.

[52] Cfr. I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, p.79ss.

[53] Cfr. I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, p.237ss.

[54] Cfr. I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, p.245ss.

[55] I. WALLERSTEIN, Dopo il Liberalismo, p.50.

[56] A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 18.

[57] A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.155.

[58] Cfr. N. CHOMSKI, Capire il Potere, Marco Tropea Editore, Milano 2002, p.388-392.

[59] N. CHOMSKI, Capire il Potere, p.388.

[60] N. CHOMSKI, Capire il Potere, p.20ss.

[61] Cfr. N. CHOMSKI, Capire il Potere, p.18ss. e 117ss.

[62] Cfr. ad es. su questo ultimo punto G. Chiesa, La guerra infinita, Feltrinelli, Milano 2002.

[63] A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.148.

[64] Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.33.

[65] Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.154.

[66] Cfr. A. MINC, Il Nuovo Medioevo, Sperling & Kupfer, Milano 1994, p.67ss.

[67] Ci si riferisce all’opera di G. Rossi, Il conflitto epidemico, Adelphi, Milano 2003.

[68] D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, 94.

[69] Cfr. ad es. D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, p.88ss.

[70] Cfr. sotto diversi profili F. GAMBINO, Le Teorie della Probabilità, tra Diritto e Economica Globale, in SSF 3, §6; cfr. J. H. DALHUISEN, On international, commercial, financial and trade law, Hart Publishing, Oxford-Portland 2000, p.61ss. e 98ss.; cfr. R. AUGUST, International Business Law. Texte, Cases, Readings, Prentice Hall, New York 2000.

[71] Cfr. J. H. DALHUISEN, On international, commercial, financial and trade law, p.251ss.

[72] Cfr. Y. DEZALAY, I mercanti del diritto: le multinazionali del diritto e la ristrutturazione dell’ordine giuridico internazionale, Giuffré, Milano 1997.

[73] Come riporta Chiesa, anche sulla scorta di analisi e ricerche condotte dall’Ocse, i più di 5.000 probabili miliardi di dollari non dichiarati da persone fisiche e giuridiche radicate in paesi off-shore, hanno prodotto un sensibile innalzamento sia della pressione fiscale sui salari che delle tasse relative ai consumi: cfr. G. CHIESA, Superclan, p.57s.

[74] Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.116.

[75] Termine, già presente in Platone, dove è messo in stretta correlazione, non a caso, con l’ “ amatìa” con l’ignoranza, con l’assenza di sapere: ed è per lo più vista come disobbedienza ingiustificata e dunque ingiusta (fuori dall’unità delle virtù) alle leggi (cfr. PLATONE, Leggi, 689 b-c / 693e); il termine, come è noto fu decisamente reintepretato e riproposto nella sua centralità da Durkheim, che lo distingue dal concetto di “anarchia” così come sviluppato da Comte: “Anomia” in Durkheim non ha un mero significato negativo di disordine, come l’anarchia in Comte, ma indica piuttosto un passaggio: il passaggio da una società a “solidarietà meccanica” ad una società a “solidarietà organica”. Per società a “solidarietà meccanica” Durkheim intenderà un tipo di organizzazione sociale caratteristico delle culture pre-moderne, che comporta una scarsa estensione dei processi di divisione del lavoro sociale, uniformità tra i diversi membri della società, e un largo consenso automatico attorno alla cultura comune.  In questa società vi è una insufficiente articolazione di funzioni e di ruoli, e una omogeneizzazione delle facoltà sociali le quali, appunto, stentano a diversificasi e a trovare specificità autonoma. La società moderna sarebbe, viceversa “società a solidarietà organica”, cioè una società che, al contrario, tende alla progressiva divisione del lavoro, intesa non in senso strettamente tecnico come frammentazione ordinale delle attività produttive. Non vi è più il futuro della industrializzazione ottima verso cui tendere (Comte), ma solo un presente socialmente complesso che si ripete ordinandosi attraverso le sue funzioni: lo scarto tra il proliferare di queste e la regolazione normativa costituisce  proprio il significato di Anomia (cfr. E. DURKHEIM, La divisione sociale del lavoro, Milano 1977, p.266ss. e Il suicidio, Torino 1978). Un presente che, come lo definisce Gouldner, “è un’isola fuori dal tempo” (cfr. GOULDNER, La crisi della sociologica, Bologna 1983, p.178) e che contiene in sé un ritardo culturale che lo scinde. Tale nozione, in senso social-strutturale è poi stata ripresa da Merton (R. MERTON, Social Theory and social structure, Glencoe 1957; tra.d it., Teoria e struttura sociale, Bologna 1966, spec. p.252ss.) il quale pone l’accento sull’anomia come “attenuazione dei controlli sociali (p.252): tale attenuazione sarebbe frutto, afferma Merton, di quella “situazione in cui il calcolo degli interessi personali e il timore del castigo rappresentano i soli centri regolativi” (p.252); ancora essa si trova discussa da McIver, Riesman, Brookes, Dahrendorf, Gouldner, Orrù e, nel campo specificatamente giuridico, da Menghi (cfr. C. MENGHI,  Interpretazione dell’Anomia. Intenzionalità e Diritto, Milano 1982).

[76] Si veda ad esempio la questione della pena di morte in relazione ai diritti sanciti dalle carte internazionali: dall’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, al Safeguard Garanteeing Protection of the Rights of those Facing the death Penalty emanato dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, all’art. 2 della Convenzione Europea dei Diritti umani, adottata dal consiglio d’Europa; l’art. 6 del Patto Internazionale sui diritti civili e politici adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al Progetto di Risoluzione 1997/12 contro la pena di morte adottato dalla Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite; cfr. P. DE STEFANI, F. LEITA, La Tutela Giuridica internazionale dei diritti umani, Cedam, Padova 1997; e cfr. i dati forniti e commentati con puntualità sul sito di Amnesty Interntional.

[77] E’ questo l’auspicio di Habermas, strenuo difensore, come è noto, della universalità dei diritti umani e della necessità di renderli applicabili fino alle conseguenze ultime della sanzione e dell’intervento armato: cfr. ad es. Habermas, Legittimazione in forza dei Diritti umani, in «Fenomenologia e Società» 20, 1997, p.7ss. Cfr. anche M. Gauchet, I diritti umani come politica, in «Micromega» 5, 2001, p.125ss.

[78] E’ quanto in parte sostenuto anche da D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, 106s.

[79] A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 3.

[80] Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? .

[81] Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.181ss. e p.199ss.

[82] P. Drucker, The New Realities, in Government and Politics, in Economy and Business, in Society and in World View, Harper and Row, New York 1989, p.213 cit. e disc. in S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.267s.

[83] Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , pp.77-78.

[84] Cfr. A. RUSSO, Il Terzo Scacchiere, Cedam, Padova 2003, p.103s.

[85] A. RUSSO, Il Terzo Scacchiere, p.105.

[86]  Cfr. E. SAKAKIBARA, The End of Progressism. A Research for New Goals, in Global transformation Readers, Polity Press, Cambridge 2000, pp.74-76: ““dato che la globalizzazione con le sue economie di scala porta alla oligopolizzazione del mercato globale, favorendo il commercio strategico piuttosto che il libero mercato”.

[87] Cfr. R. D. KAPLAN, Was Democracy just a moment?,  in Global Transf., pp.206-207.

[88] In questo scenario, giocare oggi il gioco socratico del  dialégein, come auspica Marramao, è molto arduo, come lo stesso Marramao è cosciente: giacché “i destinatari e interlocutori di quel gioco non sono più i cittadini di Atene, ma i nomadi e i migranti giunti a Cosmopolis dalle più disparate regioni, lingue e tradizioni”.  Eppure, sostiene tale autore, è necessario provare a giocare, forse in modo trasversale o sperimentale, per liberarci dal quella “insopportabile sensazione di trovarci in un vicolo cieco o su una via già da sempre segnata” (MARRAMAO, Esiste una sfera pubblica globale?, ---).

[89] S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.283

[90] Cfr. H. Tietmeyer, Economic Globalisation and its implications for the concept of the State and its Reality, and for international relations between States, in «Rivista di Studi Politici Internazionali», 266, 2000, pp.227-238.

[91] J. STIGLITZ, In un Mondo imperfetto, ---, p.14.

[92] Cfr. S. STRANGE, Chi Governa l’Economia Mondiale? , p.271.

[93] Amartia Sen, in questo senso, propone di attuare un vero e proprio meccanismo ridistributivo per via di appositi organismi internazionali di garanzia: cfr. A. SEN, Globalizzazione e Libertà, Mondadori, Milano 2001; e cfr. G. SCATTONE, Liberalismo, liberismo e globalizzazione, in ---.

[94] Su questo punto, cfr. D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, p.105ss.

[95] Dal punto di vista denotativo, inoltre l’Uguaglianza è termine ambiguo: Schutz, sotto questo profilo, ricorda una serie di significati politici riconnessi all’uguaglianza e alle sue possibili applicazioni:  uguaglianza in tutto (isotimia), uguale libertà di parola (isogoria), uguaglianza di potere politico (isocrazia), uguale diritto al voto (isopsphia), uguaglianza dei diritti civili (isopoliteia), uguaglianza di fortuna e felicità (isodaimonia), appartenenza a un gruppo con uguale partecipazione (isomiria): A. SCHUTZ, L’uguaglianza e la struttura significativa del mondo sociale, in Saggi sociologici, Utet, Torino 1980, p.420s.

[96] Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.116.

[97] In Aristotele, il senso del comune è espresso nel nesso tra l’hexis, stile virtuoso tra giustizia e legalità, e, lungo un’uguaglianza proporzionale di rapporti, la distribuzione della ricchezza, in senso lato e profondo, giacché è ricompresa anche la felicità. in modo da realizzare la mesòtes contro la pleonexìa. Distribuzione di parti disuguali per meriti disuguali L’isotes è la mesòtes della giustizia. Il che fonda il nesso necessario tra distribuzione e retribuzione. ARISTOTELE, Eth. , V, 3, 1131a, 12-13.

[98] Cfr. D. ZOLO, Globalizzazione. Una Mappa dei Problemi, p.107.

[99] C. SCHMITT, Verfassungslehre, p.234ss., trad. it., Dottrina della Costituzione, Milano 1982, p.307ss.; e cfr. M. NICOLETTI, Trascendenza e potere. La teologia politica di Carl Schmitt, Brescia 1990, p.340ss.

[100] HUSSERL, Logische Untersuchungen, 2 voll., Halle 1911, vol. l, p. 112; tr.it. vol.I, pp.383-384 cit. e disc. in C. SCHMITT, Verfassungslehre, p. 235, trad. it. pp. 308-309, mediante cui Schmitt dispiega il concetto di Identità tra Governanti e Governati nell’assetto della Democrazia.

[101] KANT, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, 1798; trad. it. in Opere, Torino p.409.

[102] Da notare che Kant qui parla dello ius strictum, nei confronti del quale distingue lo ius aequivocum, da cui deriva l’aequitas: qui, nell’equivocità delle linee possibili, e nella apriorica indeterminazione della traccia risultante, l’unica via è quella di una valutazione umana che decida, letteralmente, l’intreccio comune.

[103] Cfr. ad es.  M. HARDT, A. NEGRI, Impero, , p.198ss. e A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.159ss.

[104] Marx, Il Capitale, vol. I cap.24, p.777; e cfr. vol. II, cap.21 in cui Marx parla di Accumulazione e Riproduzione allargata.

[105] Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.73.

[106] Cfr.  M. HARDT, A. NEGRI, Impero, , p.267ss.; e cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.146ss.

[107] A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, 160. A tal proposito Negri, ricordando quanto narrato da Machiavelli sulla della rivolta antimedicea dei Boscoli, afferma che “non si possano accettare esperienze di contropotere così avventurose e disastrosamente inefficaci, perché contratte in un tempo e in una passione senza riflessione” (p.161).

[108] Marramao, infatti, sulla scia del suo ultimo testo MPO, ha da ultimo ribadito la necessità di una politica universalistica della “differenza”, di una differenza , non al plurale (le famose differenze culturali, di cui tutti o quasi tutti oggi parlano…), “ma al singolare, “come «vertice ottico» in grado di rompere, sul piano teorico, con il paradigma distributivo e «statocentrico», e di infrangere, sul terreno pratico, l’isometria di istituzioni democratiche strutturalmente incapaci di venire a capo delle nuove forme di conflitto”: cfr. MARRAMAO, Esiste una sfera pubblica globale?---.

[109] Cfr. A. NEGRI, Cinque Lezioni su Impero e Dintorni, p.177ss.

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